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(Italiano) Speakers e doppiatori ignoranti.

Ormai la storia è arrivata al ridicolo. I giornalisti di SKY, gli speaker e i doppiatori della rete  (Sky è di proprietà inglese e vende film in lingua originale…) sono i primi a non sapere pronunciare alcuna parola d’inglese.

Incominciamo da Mister Murdock che è il proprietario della rete e che viene tranquillamente pronunciato Mardock. Già perché a Roma tutti gli speakers e i “giornalisti” in video hanno deciso che la u in inglese si pronuncia a.

E così via con TinaTarner (la cantante) e con lei tutti i Turner del cinema ( forse qualcuno di voi si ricorda il film “Tarner il casinaro”?), Mister Mardock e qualsiasi nome inglese che abbia la sfortuna di avere una u. Ovviamente ogni tanto ci sono le eccezioni: surf, per esempio, (la cui u si pronuncia con la stessa modalità di quella di Turner o Murdock) viene tranquillamente storpiato in sèrf. Voi vi chiederete: ma è così difficile far seguire agli speaker e ai giornalisti una lezioncina di poche ore per insegnare loro la pronuncia dell’inglese?  Magari trovare un madrelingua in grado di segnare sulle veline o sul “gobbo” la corretta pronuncia?

Naturalmente ogni tanto si può cambiare… sbagliando però in un’altra direzione: per esempio il “turn over” che le TV romane pronunciano esattamente come si scrive dovrebbe venir pronunciato “tarn over” secondo la loro regola ma non è così. Naturalmente, ancora, il “turn” del turn over si deve pronunciare esattamente come il murd di Murdock ock, il turn di di Tina Turner ecc. Sento già le critiche: ma cosa vuoi che ci freghi se gli speaker pronunciano male l’inglese, ci sono problemi ben più gravi di questo in Italia… Giusto, anzi giustissimo. Ma se una cosa così semplice viene trattata così male (e parlare correttamente è il loro mestiere) immaginiamoci come vengono trattate quelle serie, ben più complesse.

Imparare la pronuncia corretta delle poche parole straniere usate correntemente deve essere impossibile dato che i responsabili di rete non riescono a insegnare loro nemmeno l’italiano. A Roma la u e le mezze vocali italiane non vengono considerate. Courmayeur (città della Val d’Aosta ai piedi del Monte Bianco) diventa Curmayèr e il surf diventa il sèrf. La u milanese, (che si pronuncia come la ü con la dieresi del tedesco) che compare in moltissime parole italiane, diventa misteriosamente iu Così la regista Lina Wertmüller diventa Lina Wertmiuller e Müller, direttore della Biennale di Venezia , diventa Miuller. Roba da pazzi e li pagano anche questi ignoranti. Potrebbero fare mestieri manuali e nessuno si lamenterebbe invece si professano speaker o giornalisti e vanno in video a storpiare le uniche cose che dovrebbero pronunciare perfettamente: le parole.

Piuttosto facciamo come fanno i francesi. Retrivi a qualsiasi apprendimento delle lingue straniere pronunciano qualsiasi parola come fosse francese: accento in fondo e pronuncia francese. Uascintòn ( la Capitale degli stati Uniti) Obamà, Nuvell orleàn ( New Orleans  nemmeno ci provano a pronunciarla all’inglese. Centinaia di anni fa era una città francese e quindi la pronunciano con la traduzione.) Giusto. Lo facciamo anche noi con Londra, Parigi e molte altre, peccato che loro lo facciano per puro sciovinismo.

Ma torniamo ai nostri campioni .  Se non sapete la pronuncia corretta di una parola fatevela spiegare da qualcuno che la sa! Immagino che nel carrozzone RAI ci sia qualcuno che conosce il francese… e quindi sarebbe intelligente se la buvette di Montecitorio fosse una buvette e non una bouvette. Ancora una volta la u francese che si pronuncia come la u milanese e la ü tedesca viene interpretata come una u normale ( ma non dovrebbe essere una iu?) . Ovvio: il giornalista non ha la più pallida idea di come sia scritta né di come si debba pronunciare. Forse in RAI esiste un manuale di come si storpiano le parole. E dire che ancora pochi giorni fa in una delle solite interviste pagate, un attore (si fa per dire) raccontava delle enormi difficoltà del suo lavoro di doppiatore cinematografico. Ci credo!

Jim Bridwell’s DVD (info)

Jim-Bridwell-all'uscita-da- Jim Bridwell ( il primo a sinistra) all’uscita di Pacific Ocean Wall ( foto storica dall’archivio di Bridwell)

Se siete interessati ad acquistare il DVD : “Jim Bridwell: the Yosemite Living legend” un film di 54′ con molti extra, sottotitolato in 4 lingue (Italiano, Francese, Tedesco e inglese  per chi parla inglese e desidera anche la traduzione delle interviste italiane nella propria lingua) , con foto, mappe, lista delle vie facili e belle di Yosemite, interviste complete ai protagonisti e al regista… che intervista se stesso, potete ordinarlo a me direttamente.

Il DVD è stato ritirato dalla Vivalda ed è per ora introvabile. Potete ordinarlo a me:

Il DVD costa 23,00 euro più 3,50 euro di spedizione.

Potete pagare con un bonifico bancario o con Pay Pal (in questo caso 23,00 + 5, 00 Euro tutto compreso)

scrivetemi al seguente indirizzo : mailto michele.radici@gmail.com

Copertina film: Jim Bridwell The Yosemite Living Legend La copertina del DVD

Jim+Kauk+Radici during the filming WEB Jim  Bridwell, Ron Kauk e il sottoscritto durante le riprese in Yosemite

Filmando Jim Bridwell sul Reed's Pinnacle Chimney WEB Il camino improteggibile di oltre 30 metri che Jim sale nel film per farmi capire il concetto di “run out-” Lo salirà due volte per permettermi di girare la scena da due punti di vista diversi! Grazie Jim.

(Italiano) Jim Bridwell: the Bird

The Bird: the Yosemite living legend

La copertina del libro di Bridwell che ho tradotto per Versante Sud e al quale, Giovanni Groaz e io, abbiamo aggiunto  una buona metà di informazioni recenti, aneddoti, racconti inediti di incontri con lui ecc.

Da quando ho imparato ad arrampicare ho sempre amato leggere le storie dei grandi che hanno segnato la storia dell’alpinismo. Lo so, l’affermazione suona banale ma non potendo viaggiare nel tempo ed assistere alla salita sul Pilone Centrale del Freney di Bonatti e compagni o a qualcuna delle altre grandi avventure della storia dell’alpinismo, mi sono rifugiato nei libri che le raccontavano. Ovviamente ho sempre fatto il possibile per conoscere personalmente i protagonisti di queste storie e molte volte ho avuto la fortuna di frequentarli anche in ambiente alpinistico. Uno dei temi cheavrei voluto vivere dal vivo ma mi rimanevano inavvicinabili era la vita del Camp 4 in Yosemite (pron. iosémiti) Rivivere le avventure di quel gruppo di ragazzi che negli anni 60 e 70 avevano sconvolto la storia dell’arrampicata su roccia.

Certo Grassi, Motti e i loro amici avevano scritto degli articoli interessanti su questo periodo ma rimaneva molto difficile capire veramente cosa era accaduto laggiù. Non rimaneva che andare a vedere di persona. Per circa nove anni ho passato una parte delle mie vacanze nel Parco cercando di incontrare alcuni dei climber che apparivano nel mitico libro fotografico: “Yosemite Climber”. Nulla: sembravano spariti. Ovviamente io frequentavo il parco nel mese di agosto quando la maggior parte dei climber americani sono altrove ma questo non potevo cambiarlo, il lavoro me lo impediva. Un amico americano che arrampicava molto bene me lo disse un giorno: “Devi venire alla fine di settembre o addirittura in ottobre , adesso fa troppo caldo…”

Jim-Bridwell-all'uscita-da- Jim Bridwell ( il primo da sinistra) all’uscita di Pacific Ocean Wall. Foto storica.

Alla fine del 1999 un contatto con la Kong mi permise di proporre un documentario sull’arrampicata in Yosemite e proprio in una riunione per decidere come introdurre lo sponsor senza essere troppo oppressivo, (in effetti mi davano solo un po’ di materiale) il responsabile delle PR buttò lì con aria tranquilla: ” Ti piacerebbe filmare Jim Bridwell? Lavora per noi e potrei chiedergli di mettersi a tua disposizione per qualche giorno”

Bridwell? Il mito di Yosemite?. L’uomo che per primo al mondo aveva aperto in libera delle vie di 6c e di 7a! L’uomo che aveva concepito e realizzato di salire il Nose in giornata, l’uomo di cui si raccontavano più storie e aneddoti che di chiunque altro nella storia dell’arrampicata americana. L’uomo che avrebbe poturo raccontarmi cosa veramente accadeva nelle tende del Camp 4. Dissi di si, cercando senza molto successo di mantenere un tono calmo e tranquillo, come se filmare Bridwell fosse la cosa più normale del mondo.

Jim+Kauk+Radici during the filming WEB Jim Bridwell, Ron Kauk e io durante le ripese del film

Dai tre viaggi successivi in Yosemite uscì il film Jim Bridwell: the Yosemite Living Legend che è stato pubblicato da Vivalda nella collana Capolavori della Montagna. In ottobre, scoprii, si incontrano nel Camp 4 anche dieci o quindici dei più forti climber del mondo nello spazio di poche decine di metri. Si incontrano i nomi che riempiono le cronache di tutte le riviste di alpinismo del mondo!

Copertina film: Jim Bridwell The Yosemite Living Legend La copertina del film distribuito in Italia da Vivalda. Il video è in 4 lingue.

Mancava però qualcosa. Un film non permette di parlare troppo (e già il documentario, essendo una cronaca della carriera di Bridwell era fin troppo  parlato) ma soprattutto non si riesce ad approfondire il carattere del personaggio pena l’ottenere un film troppo psicologico, poco spettacolare e dunque noioso. Il film è un compromesso in questa direzione ma decisi che potevo fare di più. Mentre montavo il DVD scoprii  che Jim aveva pubblicato in USA un libro di racconti (molto autobiografici) sulle sue avventure più intriganti e spettacolari. Il libro non era mai stato pubblicato in Italia. Proposi a Versante Sud e cioè a Bruno Quaresima la traduzione del libro e il completamento del personaggio con una serie di capitoli scritti da Giovanni Groaz (compagno di varie prime salite con Bridwell) e da me.

Il risultato è Jim Bridwell: THE BIRD ( la copertina è la foto d’apertura del post) e mi sembra che sia un risultato molto soddisfacente perché unisce le storie più interessanti della carriera di Jim, scritte da lui, ma anche molti aneddoti che girano in America nel mondo dei climber e varie storie più private scritte da Groaz che lo ha frequentato negli ultimi trent’anni.

Un buon libro che mi ha permesso di avvicinarmi, di conoscere e… di arrampicare con un mio mito. E quest’ultima cosa, ve lo assicuro,  non capita tutti i giorni.

Filmare i ritratti con i tele

Quando guardo i telefilm americani di alto livello (come CSI) mi rendo conto della enorme differenza di qualità esistente con i prodotti italiani dello stesso tipo. Il motivo è dovuto in gran parte ai budget stratosferici dei loro film che sono girati in 35mm con studi adatti all’uso di ottiche molto spinte e a un’illuminazione sofisticata.

Soprattutto CSI Miami che forza enormemente il chroma conferendo alla città della Florida una luce magica che nella realtà è quasi sempre assente.

Ma parliamo dell’uso dei tele.

Nella maggior parte dei loro dialoghi ogni attore si staglia perfettamente sullo sfondo che assume l’aspetto di una texture di colore. L’effetto è ottenuto in vari modi che per altro richiedono spesso l’uso di ottiche di gran qualità che non possediamo nelle nostre telecamere poco costose.

Sappiamo che un’ottica molto luminosa, se lavora tutta aperta, ha poca profondità di campo e quindi isola perfettamente il soggetto scelto sia sfuocando la parte davanti che quella dietro allo stesso.

Se usiamo un’ottica che ha un diaframma minimo di 1,2 (su una reflex 35mm) a questa apertura ci rendiamo conto (guardando la scala delle profondità di campo sulla ghiera esterna) che abbiamo pochi cm di profondità di campo.

Per ottenere di poter usare l’ottica con un diaframma bassissimo (ossia tutto aperto) il direttore della fotografia che sta preparando la scena in interni sceglie di illuminare col minimo della luce possibile per usare l’ottica tutta aperta. Ottima idea: fa risparmiare luci e quindi soldi alla produzione.

Questo in interni. Ma come fare in esterni quando la luce è quella che da il sole e quindi non si può aprire tutto il diaframma pena la sovraesposizione?

Si usano i teleobiettivi (nel nostro caso la telecamera spinta a tutto zoom) .

Se guardate con attenzione un teleobiettivo di una reflex 35 mm vi accorgerete che la scala delle distanze di messa a fuoco si accorcia andando vicino all’infinito mentre si allunga quando vi avvicinate alla minima distanza di messa a fuoco.

Questo è un fatto costruttivo che ci viene in aiuto quando vogliamo filmare un soggetto in esterni e non vogliamo impastarlo con lo sfondo.

Le foto che seguono sono  fotogrammi di una ripresa.

La prima è la ripresa reale in cui si desidera sottolineare che la camera dell’albergo ha una splendida vista sulla valle. Lasciamo che l’esposimetro della telecamera faccia il suo lavoro e facciamo l’inquadratura. Ilrisultato è questo.

ragazza-web

Ma mettiamo il caso che invece non vogliamo farci distrarre dal panorama retrostante. L’esposimetro ci dice che stiamo filmando con un diaframma molto chiuso perché la luce è forte. Anzi, per bilanciare la luce esterna ed evitare di avere un primo piano in controluce e quasi nero abbiamo dovuto accendere circa 1500 watt di luci e, se possibile usare un grande riflesso argento per ammorbidire le ombre.

Come fare ad isolare la ragazza ?

L’ideale è arretrare il più possibile in modo da usare lo zoom in posizione tutto tele alla minima distanza possibile. In questo caso si otterrebbero due risultati. Il primo sarebbe quello di evitare l’uso del grandangolare che deforma i visi e tutto ciò che non è perfettamente centrato, il secondo (ed è ciò che ci interessa) sarebbe quello di sfuocare il suo partner che è in primo piano e soprattutto ciò che è alle sue spalle concentrando l’attenzione dello spettatore sul viso di lei.

Spesso l’operazione non è possibile per il fatto che non c’è abbastanza spazio per arretrare alla distanza voluta (ed è la ragione per cui a Hollywood si filma il più possibile in studio, dove si possono spostare le pareti e arretrare a qualsiasi distanza…) ma se appena c’è una possibilità di farlo otterremo un risultato simile a questo della seconda immagine (è la stessa immagine lavorata in Photoshop per simulare l’effetto)

ragazza-sfuocata-web

Un’ultima possibilità è quella di usare dei filtri neutral density (sulla mia Sony ce ne sono 2) e aggiungerne un terzo per ridurre la quantità di luce che entra ed obbligare l’esposimetro ad aprire il diaframma. Purtroppo nelle telecamere con obiettivi fissi questa sensibilità è inferiore  a quella che hanno le telecamere con obiettivi intercambiabili e quindi il sistema migliore è sempre quello di arretrare.

Ecco un frame da una ripresa effettuata filmando a tutto zoom alla distanza minima di messa a fuoco. Questo è il risultato ricercato.

fiore-web

Fate varie prove, in certi casi si può giocare con la velocità dello shutter aumentando la quale si ottiene di far aprire il diaframma e quindi si ottiene una parte della sfuocatura ricercata del background.

(Italiano) Pessimi traduttori e doppiatori

Tempo fa, in occasione di una qualche mostra cinematografica, un giornalista stava intervistando un attore italiano che aveva prestato la sua voce a un famoso attore americano e lo sentii dire che: “…In Italia abbiamo i migliori doppiatori del mondo…”

La frase mi ha fatto ridere e mi ha mantenuto di buon umore per tutta la giornata.

Vorrei fare due considerazioni su questa affermazione.

Forse abbiamo anche dei buoni doppiatori ma le loro performance sono tarpate da una serie di problemi che affliggono il nostro paese da sempre.

La maggior parte degli italiani non parla nessuna lingua straniera (intendo parlarla abbastanza bene da seguire un film in lingua originale, non chiedere a fatica un indirizzo …) Per questo motivo l’industria italiana del cinema ha dovuto servirsi dei doppiatori. Questi ultimi, purtroppo, padroneggiano raramente la lingua originale del film che stanno doppiando. Capisco che non tutti conoscano il mandarino o il coreano ma visto che il 90% dei documentari e dei film provengono dal mercato anglosassone o francese mi aspetterei di avere almeno un doppiaggio sensato. Purtroppo non è così. In caso contrario non si spiegherebbero gli strafalcioni esilaranti che si susseguono senza soste nei documentari e nei film che è possibile seguire in doppio audio (Mi riferisco principalmente ai canali SKY. Ma anche ai canali nazionali)

Il problema deriva principalmente dalla ignoranza dei traduttori e degli adattatori dei dialoghi. È ovvio che se il traduttore scrive una cazzata solo un doppiatore estremamente scrupoloso o gran conoscitore dell’argomento di cui tratta il film può intervenire e correggere lo svarione.

La mia esperienza personale nelle decine di interviste e testi tradotti per i miei lavori e nel seguire i documentari e i film di SKY mi fanno pensare che questo non accada quasi mai.

Ecco alcuni esempi veramente divertenti.

Siamo su Italia 1 – Una serie tv che vede come protagonista l’istruttore di un aeroclub americano che viene coinvolto spesso in drammatiche storie di volo….

Il film ci sta facendo vedere il nostro eroe che è in volo con un piccolo aereo che gli è stato sabotato (ma lui non lo sa) Vediamo un filo di fumo che inizia a uscire dalla coda (il solito fumogeno da 2 lire) alll’interno l’aereo si riempie di fumo leggero. Il nostro pilota controlla un po’ gli strumenti e poi, preoccupato dei rumori scoppiettanti del suo motore, si decide a contattare via radio la base:

Primo Maggio, Primo Maggio, November 1547 (è la sigla dell’aereo) chiama base. Mi sentite?”

Sul momento penso: Che strano nome ha questa Base: Primo Maggio… Non ha senso, il film non ha nessuna valenza politica…

Poi un pensiero mi fulmina: vuoi vedere che quell’imbecille del traduttore non sapeva che May Day è il segnale internazionale di chiamata di soccorso? Il testo originale deve essere stato qualcosa del genere:

May day, may day, November 1547 is calling tower, How do you read me?”

Il povero doppiatore si è trovato questa battuta e non gli ha neppure sfiorato il cervello che stava dicendo idiozie….

Altro esempio.

Questo è un vero film. Il soggetto è il classico confronto tra una squadra di detective e i rapinatori di banche. Il regista ad un certo punto vuole far vedere al pubblico che l’ennesima rapina è talmente spettacolare che i giornali del paese la mettono in prima pagina. Si vedono le rotative che sfornano migliaia di copie di giornali (idea vecchiotta, direi) e il nostro eroe tira fuori una copia ancora fresca di stampa per additarla ai suoi aiutanti. Sulla prima pagina troneggia un titolo a lettere cubitali:

“Daring bank robbery” con la foto di una enorme cassaforte aperta e desolatamente vuota.

Il sottotitolo in italiano dice testualmente: “Rapina alla Banca Daring”

Mi rotolo per terra dal ridere, urlando a mia moglie di venire a vedere l’ennesima geniale trovata dei traduttori romani.

Qui il problema è più grave. Nel caso precedente si poteva ipotizzare che il traduttore non sapesse che may day è l’appello via radio in caso di chiamata di soccorso, ma in questo caso è ignoranza crassa della lingua inglese.

Il titolo del giornale ha la parola Daring maiuscola perché è all’inizio della frase non perché sia un nome proprio. Il traduttore (ma chiamarlo così è un insulto alla categoria) l’ha scambiato per un nome proprio perché non conoscendo la lingua non gli è venuto il sospetto che fosse un aggettivo…

La traduzione avrebbe dovuto essere “Audace rapina in banca o anche “Originale rapina in banca” se il sistema usato fosse stato particolarmente ingegnoso. Daring ha sia il senso di audace che quello di originale.

Il problema si acuisce nel caso di documentari che si occupano di sport o di attività particolari. L’Italia, si sa, dovrebbe essere un paese di poeti e navigatori mentre è al massimo un paese di allenatori di pallone. Questo risalta ogni volta che vedo un documentario di vela o di qualche altro sport un po’ tecnico. Sono anni che i giornali italiani, le TV e i documentari parlano di ganci riferendosi ai moschettoni con i quali i rocciatori collegano la corda di sicurezza ai chiodi o alle protezioni veloci. Sono anni che sento parlare di funi invece che di corde (per l’arrampicata) oppure di corde o funi al posto di drizze, scotte o cime se si è in mare. In un documentario di National Geographic o di Discovery Channel, sull’aviazione i termini tecnici erano tradotti così male che era difficile seguire il senso del racconto: i flap sono flap anche in italiano, i winglets in italiano non sono né le “alette” né le “alucce”, come suggerisce un comune vocabolario, ma le “alule” che è untermine tecnico (anche se spesso in aviazione si parla direttamente con termini inglesi dato che la fonia, in aviazione, è in inglese e la terminologia è prevalentemente inglese.

Non ci vorrebbe molto ad accordarsi con un esperto dell’attività in questione per fargli controllare le traduzioni del documentario. Con Internet sarebbe addirittura più rapido e le reti tv darebbero un servizio decente ai loro clienti. È ovvio che i documentari specialistici delle reti satellitari sono diretti a un pubblico che in molti casi è specializzato e appassionato dello sport in questione…

Vi immaginate se in una partita di calcio sentiste che “l’attaccante ha raggiunto il suo scopo” invece di dire che ha segnato una rete? Goal ha un senso doppio in inglese…

Basterebbe che il testo della traduzione fosse convalidato da un giovane esperto dello sport in questione, magari bilingue.

Vi racconto l’ultima storia. Questa è più sofisticata perché richiede un minimo di conoscenza del mondo americano. Roba da turista medio, o poco di più.

Scena: un film di detective e cattivi. Novità: l’eroe è una donna cazzutissima e ovviamente bellissima. La ragazza ha appena sparato 200 colpi in tutte le direzioni possibili, all’interno del solito capannone industriale (a proposito sapete perché la maggior parte dei serial americani tipo CSI hanno le scene di sparatorie sui docks dei porti o nelle zone dei grandi capannoni? Soldi, soldi e ancora soldi. Sparare nel centro di Los Angeles costa una marea di soldi per l’affitto del territorio, bisogna chiudere varie strade al traffico e ci vogliono decine e decine di poliziotti, se la scena è notturna bisogna illuminare centinaia di metri della strada etc etc. Risultato: un bel capannone abbandonato e filmato di giorno.)

Dicevo che la ragazza ha appena respinto l’attacco di almeno 5 o 6 cattivi e si sta riparando in un angolo dietro a dei fusti d’acciaio. Di fianco a lei un uomo (per una volta i ruoli sono invertiti) spaventato e incapace di reagire.

Dialogo di lui:

“ Ma tu non hai mai avuto paura?

Lei, ricaricando la pistola:

“ Si, una volta, una vipera a Magic Mountain”

E io penso che la battuta è del tutto cretina perché lei non è una sbruffona e il tono non è ironico come avrebbe dovuto essere se lei avesse avuto paura di una vipera in montagna…

Poi continuo a seguire il dialogo ma distrattamente. Il cervello è rimasto alla vipera…

E, di colpo, la rivelazione: la linea di dialogo, nella sceneggiatura deve essere stata simile a questa

“Viper at Magic Mountain, I was scared….”

Spiegazione. Viper era il più grande ottovolante del parco a tema che si chiama Magic Mountain circa 30 minuti fuori Los Angeles. Una picchiata terrificante con giravolte e looping da far stramazzare chi non ama queste cose.

Il traduttore non si accorge che manca l’articolo (avrebbe dovuto essere a viper ) e ci racconta di una vipera su una montagna… Doppio errore, sia linguistico che di conoscenza del mondo del cinema americano. Chiunque segua i film del loro mercato si sarà scontrato con questo parco a tema (ci sono decine di ottovolanti di ogni tipo: da quelli tradizionali in legno fino a quelli tecnologici in acciaio che fanno acrobazie da Pattuglia Acrobatica Nazionale)

Ma no, il nostro traduttore, probabilmente nativo di Casal Palocco e pessimo viaggiatore oltre che traduttore va via liscio e il doppiatore anch’egli di Ostia, se tutto va bene, non si accorge dello svarione. Per quello che riguarda il mio quaderno è il 155°

A presto.

Dimenticavo: dei pessimi doppiatori parleremo presto.

Problema: Filmare un aliante

PROBLEMA: FILMARE UN ALIANTE

Il film: “L’aliante: record di 1300 km nelle Alpi.”

Il film nasce come produzione per la prima serie No Limits. Attilio Pronzati, purtroppo scomparso da poco, mi aveva raccontato del suo record di 1300 km nelle Alpi. Un triangolo con partenza e arrivo dallo stesso aeroporto e grandi problemi di navigazione.

Da appassionato pilota, avevo deciso  che i mezzi che ci dava la Sector sarebbero stati sufficienti per fare finalmente un bel film sul volo a vela.

Mi resi conto quasi immediatamente che, in effetti, filmare un aliante o dall’aliante era difficile. ( uso il verbo all’imperfetto perché stiamo parlando di filmare in 16mm, cioè in pellicola, con caricatori che duravano 3 minuti al massimo! Oggi con il video e le telecamere mini che si possono piazzare ovunque , il problema è praticamente scomparso. E forse, anche la qualità)

I motivi sono vari: lo spazio all’interno del cockpit è quasi inesistente, impossibile portare una Arriflex SRII : troppo grande. La superficie esterna del velivolo è delicatissima e non si presta al posizionamento di MdP in caccia o sull’ala, l’aliante vola “piano” e con traiettorie difficili da seguire da un aereo. Insomma i problemi, allora,  erano tanti.

Abbiamo cominciato con il costruire un aggeggio metallico che era stato disegnato per sposare perfettamemte la forma dell’ala e della coda (quindi più aggeggi!), imbottito con un sottile strato di polistirene e incollato all’ala (e al piano orizzontale della coda) con del nastro a doppio strato incollante da tappezziere. Sembra una follia affidare una cinepresa di vari chili alla tenuta di un nastro adesivo, ma avevo già sperimentato la formula per applicare la stessa MdP al cofano della mia auto per fare riprese in caccia. (le soggettive dell’atterraggio nell’erba. Vedi il video nel reparto film)

Aliante 2 il profilo per la coda. Notare la gobba per fissare la MdP e l’inclinazione per inquadrare davanti e in basso il territorio che il velivolo sorvola

Dunque abbiamo costruito due dime e ci siamo fatti fare una banda metallica larga circa 7 cm e lunga 70 che abbiamo curvato in modo da coprire gran parte dell’intradosso e dell’estradosso dell’ala per ottenere la maggior superficie possibile da “incollare” con il tape. Il profilo aveva un leggero rialzo per poter fissare, tramite un buco filettato, la MdP al profilo metallico sull’estradosso. In questo modo avrei poturo ruotare la MdP nelle direzioni che volevo (prima del volo ovviamente). Per esempio dall’ala potevo inquadrare tutto il velivolo e il pilota (attenzione che le ali si curvano enormemente quando l’aliante è in volo e bisogna alzare un poco la mira) oppure ruotarla un poco verso l’avanti per avere l’ala e parte della soggettiva. O ancora, spostarla verso il cockpit per avere una visione di gran parte del muso di scorcio. o banalmente puntarla verso l’avanti per avere una soggettiva. Dalla MdP di coda l’aliante appare molto deformato ma è l’unico modo per godere del velivolo mentre fa acrobazia o comunque lo si “vive” immerso nell’ambiente.Per comandare la MdP un leggero filo elettrico ricoperto di tape bianco ( per non vederlo nelle riprese esterne) arrivava fino in cabina a un telecomando che mi permetteva di attivarla quando lo volevo io.

Le riprese esterne

Per filmare dall’esterno il problema era decisamente più serio. Dopo qualche riunione, durante le quali confrontammo le velocità di vari aerei presenti nell’aeroclub e le difficoltà per poter togliere le varie portiere in modo da poter riprendere senza ostacoli, ( normalmente la cosa è proibita se l’aereo non ha porte scorrevoli…) decidemmo che dovevamo usare quattro aerei diversi!

Il Pilatus Porter era indispensabile per le sue capacità di traino in quota e per la possibilità di aprire interamente la porta scorrevole ( quella dei paracadutisti)  Riprese laterali e in basso.

Il Morane Saulnier aveva la capote scorrevole indietro e mi avrebbe permesso di filmare l’aliante dal basso verso l’alto ( stando sotto di lui)

Tutti e due avevano il difetto di volare più velocemente della velocità media dell’aliante e quindi optai anche per un Piper Cub che mi avrebbe permesso di virare all’esterno di virata stando vicino all’aliante senza fare numeri e togliendo la portiera durante il volo.

Un Cessna ci permise di fissare la MdP per le riprese in caccia e per alcune soggettive del volo rasente le pareti che con l’aliante sarebbero state pericolose per gli eventuali atterraggi fuoricampo.

Aliante 3

Ovviamente ogni tipo di ripresa richiedeva un volo diverso per cui passai 15 giorni in volo tra Gap (dove stazionava l’aliante), Sallanche (da dove decollavamo con il Pilatus e il Morane e Aosta da dove decollai per i voli con il Piper Cub intorno al Cervino.

Il film era naturalmente una ricostruzione e quindi ci concedemmo alcune libertà che forse non sarebbero piaciute a Pronzati ma che resero il film molto spettacolare.

Nel reparto film Aliante potete vederlo. Per una volta è il documentario intero in quanto la prima serie  No Limits era composta di tanti brevi film.

Filmare in altitudine

Filmare in altitudine può voler dire sulla cima del Bianco oppure in Hiamalaya o da qualche parte lontano da casa. I problemi sono molteplici.

Michele sulla cima Monte Bianco WEB Sulla cima del Monte Bianco a 4810 metri nell’Ottobre del 2008

Incominciamo dalle cose più semplici. Parliamo delle Alpi.

Ci sono tre cose che le moderne telecamere non amano: 1) Il freddo, 2) L’umidità 3) Essere maltrattate ( e non è una banalità)

Iniziamo dal freddo.

Le batterie , appena la temperatura cala,  segnano una durata inferiore anche del 50% . Non è che abbiano perso la carica dato che se andiamo al caldo la carica riappare come per incanto, ma con il freddo le loro capacità diminuiscono enormemente. Una soluzione è sicuramente quella di tenerne una o due di scorta (ma pesano e costano una fortuna)  all’interno del duvet in modo da alternarle e farle ritornare alla loro temperatura utile.

La soluzione migliore sarebbe quella di tenere ogni batteria al caldo e fare lavorare la telecamera tramite un filo che esce dal duvet e arriva a una specie di piastra ( la stessa delle batterie originali)  posta generalmente sul retro della telecamera. Il problema consiste nel fatto che la maggior parte delle telecamere hanno delle batterie con dei chip che segnano la quantità di minuti rimasti per lavorare ed è difficile aprirle senza danneggiarle. L’ideale è quella di farsene una da soli lasciando perdere la comodità data dal chip. Quindi si tratta di prendere degli accumulatori in grado di dare le solite 5 o 6 ore di tenuta (copiate quelli delle batterie migliori) , di inserirli in un apposito robusto contenitore da cui far uscire un cavetto che raggiunga la piastra posteriore della telecamera. Per evitare di dover costruire dei contatti difficili da fare (perché molto piccoli) la soluzione è quella di prendere una vecchia batteria e di togliere gli accumulatori saldando poi il cavetto ai contatti interni. In questo modo disporrete di una batteria in grado di lavorare tutta la giornata senza mollarvi sul più bello.

L’umidità.

Qui il problema è sottile ma bastardo. La giornata magari è secca e solatia. La tecamera la mettete al caldo sotto al duvet e siete un poco accaldati. Bingo! Si accende la spia dell’umidità. Peggio ancora siete fuori al freddo. La telecamera si è abituata alla temperatura esterna ma voi siete preoccupati perché c’è un pò di nevischio nell’aria e la mettete al caldo. Stesso risultato. Oppure peggio ancora entrate in un rifugio dove c’è già tanta gente. ( al Gouter per esempio) e l’umidità vi frega alla grande creando un alone di appannamento sull’obiettivo che non se ne andrà per ore e ore. Occhio dunque agli sbalzi di temperatura. Soprattutto se pensate di riuscire in pochi minuti. Riaschiate di far congelare l’umidità all’interno della telecamera e di non potere disfarvene più ( guardate le riprese in Himalya dove spesso c’è una specie di disco alonato al centro dell’immagine.

Non esistono soluzioni miracolose. Bisogna stare solomolto attentiquando nevica o fa semplicemente freddo e voi siete accaldati per il movimento a non porre la telecamera a contatto con il caldo umido del vostro corpo o di ambienti caldo-umido (sembra ridicolo ma all’interno dei rifugi c’è molta umidità se comparata a quella esterna)

Il maltrattamento

Quando filmavo conle Arriflex 16 mm  mi stupivo ogni volta della loro robustezza. Mi è capitato di veder rotolare la Cinepresa per 20 o 30 metri nella neve e di doverla semplicemente asciugare dalla neve e dall’acqua.  La trasportavamo per ore negli zaini facendo prendere dei colpi e degli scrolloni eppure: niente.

Oggi le telecamere sono fatte di plastichetta, leggera e fragile (soprattutto con il freddo)

l’ideale è di costruirvi unasacca semirigida a misura dello zaino e imbottita di gommapiuma tagliata su misura sulla silhouette della telecamera, in modo da proteggerla. Vi ringrazierà funzionando senza problemi.

Quando si è stanchi capiat di mollare lo zaino per terra , come d’abitudine, e diricordarsi solo dopo che dentro c’è la telecamera. Oppure la tenete in una specie di fondina sul petto e, senza pensarci, vi appoggiate alla roccia o al ghiaccio. Nobbuono per le Sony e le sue sorelle. Meglio perdere un pò di volume ma stare sicuri. Inoltre la scatola imbottita potrbbe contenere, in una fenditura apposita, il grandangolare, una o due batterie di riserva e una pelle di daino per pulire l’obiettivo.

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Ciao a tutti

Fino alla fine degli anni ’70 credevo che avrei fatto l’architetto per sempre. Ero però l’unico a pensarla così. I miei amici continuavano a dirmi che la carriera giusta per me era quella di giornalista/fotografo. In effetti da molti anni collaboravo con varie riviste di viaggi e sport per trovare il modo di viaggiare gratis e di finanziarmi le attività sportive che amavo… e che erano piuttosto costose. Volare, andare in vela, fare immersioni e alpinismo in giro per il mondo non erano esattamente sport a buon mercato. Ecco quindi che mi ero inventato il mestiere di fotografo in grado di scrivere articoli decenti. L’idea era stata di raccontare per immagini, in modo da rendere gli articoli delle specie di guide per chi avesse deciso di viaggiare con uno scopo preciso. Viaggiare per arrampicare o fare comunque alpinismo, viaggiare con la barca a vela per esplorare dal mare paesi che normalmente si visitano via terra (ed è tutta un’altra cosa), volare per vedere dall’alto ciò che normalmente si vede a pelo d’acqua o … di terra. Poi l’OCCASIONE. Un giorno sono al bar dell’aeroclub di Venegono e arriva per l’ennesima volta uno dei piloti collaudatori dell’Aermacchi (la ditta che fabbrica i jet delle Frecce Tricolori) con Artoni, allora responsabile PR, che già  conoscevo. Mi avvicino e con un tantino di faccia di tolla inizio a chiacchierare con loro proponendo un servizio fotografico a bordo del loro jet. Picche. Invento allora lì per lì un film per la RAI. Vedo dell’interesse. Insisto: uno scoop per Canale 5 per battere la RAI, da mandare in onda alle 21.00 ( Prime Time!!) Vedo un grande interesse. Peccato che non avessi mai preso in mano una vera cinepresa né conoscessi in Fininvest qualcuno che andasse al di là di una segretaria, carina si, ma pur sempre una segretaria. Artoni dopo qualche giorno mi dice che loro (l’Aermacchi) sono molto interessati. Aiuto! Mi precipito in Fininvest e tramite l’amica conosco Dede Cavalleri responsabile News… Ve la faccio breve. Dopo tre mesi di telefonate incrociate mi sono ritrovato seduto nel cockpit del MB 339 con una cinepresa Arriflex che avevo imparato ad usare (si fa per dire) con un corso super accelerato a casa del suo proprietario – amico mio. Il film fu un grande successo: ricevetti perfino un telegramma di complimenti dall’aeronautica Italiana.  Canale 5  mi chiese se avevo altre idee … Bingo! Tornai in via Brera (allora avevamo lì lo studio d’architettura) e annunciai ai miei due soci che l’architetto Michele Radici era sul punto di diventare il regista Michele Radici .