Zanskar 1978

Nel 1978 siamo stati il secondo gruppo di italiani a visitare lo Zanskar e il primo a farlo senza un’organizzazione esterna. Sono stati 40 giorni quasi tutti a piedi ( la strada per lo Zanskar era stata interrotta poco dopo Kargil da una frana…

Il gruppo era composto da Andrée Van Lierde, medico di Milano, Claude Questi di Lugano e Michele Radici, cioè io. Partiti da Milano via Delhi ci inventammo tutto il viaggio sulla scorta di un resoconto di circa 50 anni prima di Giuseppe Tucci, grande tibetologo, (l’ultimo italiano a visitare lo Zanskar) che avevo intervistato a casa sua per avere le notizie aggiornate… che non aveva. Scopriremo a nostre spese che tutto era cambiato rispetto al racconto del suo libro e patiremo una fame tremenda per tutto il nostro viaggio da Kargil a Kargil con 6/8 chili in meno!

SRINAGAR 1978

I giardini galleggianti del Dal Lake a Srinagar
Dettaglio: le scarpe in primo piano di Michele gli serviranno per salire la Oppio al Pizzo d’Uccello – 900 metri di 5° ma risuolate con la Airlite. Allora le Surf erano di moda per scalare poi sarebbero arrivate le scarpette tecniche
Claude Questi che starà con noi per tutto il viaggio e diventerà un amico vero
la foto a rovescio della precedente con il timoniere e un suo amico che aveva chiesto un passaggio
le house boats di secondo livello in un canale laterale
Le house boats dei locali
coltivazione di fiori di loto

Ci avevano detto che Srinagar non era molto sicura ma in effetti ci siamo mossi sul lago DAL in barca (Shikara) senza problemi per visitare i giardini galleggianti dove molte famiglie vivono e coltivano il loro cibo …

Mercato rionale sul lago. Ogni shikara offre un tipo di prodotto differente

Spesso troviamo fiori di loto meravigliosi che sfilano nell’acqua di fianco a noi e anche fiori sconosciuti in Europa

Sfortunatamente non sapevamo che nel lago c’erano splendide house-boats affittabili (il lato negativo del viaggiare da soli?) gli navighiamo intorno con una punta di rimpianto…

Le house boats per i turisti

Martedì 8 agosto

Partiti da SRINAGAR alle 13.30. Bellissime la periferia e la grande moschea di legno. Paghiamo due rupie per un kg di ottime mele. La jeep è comoda, ma necessita di acqua per il radiatore ogni 10 km. L’autista, musulmano, è bravissimo. Passiamo lo Zoji-la, 4550 mt secondo l’altimetro, 11.367 ft secondo le carte.

La jeep sembrava andare ad acqua. Ogni pochi chilometri bisognava riempire il radiatore.
Claude, Andrée, l’autista con la figlia e io.
Claude Questi, il terzo componente del viaggio

La sera l’autista, mentre guida, marmotterà le preghiere e qualche nenia sacra.

SONAMARG: quattro case e sei negozietti in un’immensa pianura con tanti ponies. Il fiume è tumultuoso: avvistiamo un gatto e una volpe. Altri villaggi, DRAS. Alle 22 arriviamo a KARGIL: il cuoco Melik del Tourist Office parla inglese e ci offre il tè e una camera. Gli piacciono le scarpe di Michele. La vallata è verdissima, profuma di erbe ed è piena di dalie.

Mercoledì 9 agosto

Sveglia alle 5. La vallata è verdissima ma le montagne, fin dal pendio più basso, sono completamente spoglie. Invece ieri tutto era lussureggiante.

MICHELE:

Giornata schifosa. In Ladakh non dovrebbe piovere mai, oggi sì! purtroppo. Lamayuru senza sole è meno bello di come sarebbe tutto illuminato, pazienza! Dopo 2 h di foto e su e giù per le scale riprendiamo la jeep e iniziamo la discesa: che discesa! Un convoglio di almeno 100 camion che salgono ci obbliga a estenuanti attese. Polverone, e infine l’Hindus. A Khalshi un buon tè. Passati due altri passi: il Namika-la e il Photu-la. Visitiamo il monastero di Lamayuru, purtroppo pieno di turisti. Patma, un lama del monastero, ci insegna alcune parole di Ladakhi. Alle 20 arriviamo a 50 km da Leh: tre camion impantanati nel fango bloccano completamente la strada. E’ piovuto e non riescono a disincagliarli: lo faranno alla 3 di notte. Nel frattempo noi piantiamo una tenda ai bordi della strada, dopo aver cercato alloggio presso i locali e trovato solo una piccola camera odorosa di sterco che abbiamo gentilmente rifiutato.

Giovedì 10 agosto

Sveglia alle 5.30. Peccato, dormivo così bene!

A 15 km da Leh visitiamo il monastero di SPITUK. Splendide thankas. Alle 8 del mattino i monaci facevano colazione, pregavano, suonavano le tube, ridevano, chiacchieravano e ci guardavano: tutto insieme. Ci offrono delle piccole albicocche, buonissime, e del tè ladakhi: troppo pesante per me, ma non proprio cattivo.

La strada per il monastero di Hemis è bloccata, ma non abbiamo rimorsi, perché comunque non ci saremmo andati. A Leh facciamo acquisti. E’ cara. Mangio mele, uova. Nel pomeriggio visitiamo il palazzo di Stok. Non andiamo a vedere invece il palazzo reale perché scopriamo di aver preso le pulci, e ci dedichiamo a una lavata generale di noi e dei vestiti.

Venerdì 11 agosto

Lasciamo Leh per Kargil. Sulla strada ci fermiamo per visitare il gompa di Alchi. Nel primo chorten troviamo un libro in tibetano e degli stampini in terracotta.

Nel monastero ci sono due salette: nella prima vediamo un Buddha dipinto, nella seconda quattro statue dipinte, disposte in quadrato. Qui sono già iniziati i restauri a vivaci colori degli affreschi murali. Il giardino è pieno di deliziose albicocchine. Nel giardino vicino, che appartiene a un privato, c’è uno splendido balcone e un melo con tante piccole mele. Ci fermiamo a Mulbeck, per riammirare la statua del Buddha Maitreya (primo secolo a.C.?). La parete, ai nostri occhi, appare piena di possibili vie da scalare. (nel 1978 non pensavamo ad altro che a scalare…)

Mulbeck: la statua di Maitreya

A Kargil alloggiamo all’hotel Dzorgi-la dove mangiamo pollo lesso, patate lesse, burro e birra.

Sabato 12 agosto

Colazione: corn flakes, uova alla coque, pane tostato, burro e marmellata, tè, caffè, latte. Siamo così contenti cha cantiamo per tutta la strada fino a Sankoo. Poco dopo Sankoo una frana formata da grossi macigni blocca la strada già da 2 giorni. Sembra che nessuno lavori per sbloccarla: ogni tanto due tizi con una pala lavorano un po’ e subito si riposano. Sono le 11.30. Iniziamo contrattazioni infinite con autista di jeep, coolies e guidatori di pony. Sembra che finalmente ci siamo accordati per una jeep quando ce la frega un gruppo di italiani. Litighiamo con una guida di Arton che dice che non ci darà mai le sue jeep. Ma quando ritorna, rotta, una di quelle jeep che è partita la mattina, il nostro autista Abdul aiuta l’altro ad aggiustarla in cambio del nostro trasporto. Così la jeep la freghiamo noi agli italiani. A Panikhar piantiamo il campo in un prato.

Domenica 13 agosto

(MICHELE)

Partiamo tardi da Panikhar, poche casupole di fango e mattoni d’argilla, poverissimo in confronto a Sankoo e al resto del distretto di Kargil. Dopo aver incontrato otto italiani che avevano perso i loro sacchi ed erano. disperati all’idea di dover rinunciare al trekking, pensiamo di poter fare un po’ di strada con loro ma al mattino non li vediamo. Alle 9.20 circa lasciamo il prato in riva al fiume con due cavalli al comando di Amadi e un ragazzo di 17 anni, entrambi cavallari. Dopo 5 ore di piacevole camminata arriviamo a Parkatse, villaggio più piccolo, se possibile, di Panikhar. Qui troviamo un gruppo di francesi molto simpatici. Il posto è incantevole e sembra fatto apposta per il trekking>. Acqua corrente, prato all’inglese, e una vista splendida sul 7135 del Nun.

Lunedì 14 agosto

(MICHELE)

Sveglia alle 6.10. Giornata splendida, anche se durante la notte ha piovuto due ore. (i locali dicevano che non sarebbe assolutamente piovuto). 23 km in 7 ore con due ore di sosta a Gulmatongo (in effetti a Parkatse) per il lunch. Splendide viste sul Nun 7135 e sulle cime che stanno alla sinistra orografica della valle. Troviamo il truck dei francesi: si è rotto tra Gulmatongo e Shafat e hanno perso un giorno.

Il Nun (mt 7135) da Parkatse

I nostri cavalli vanno così lenti che ad ogni fermata dobbiamo aspettarli tra i 20 e i 35 minuti! E il giovane che ci fa da guida piange perché è stanco e così fa anche il cavallaro! La spedizione è dunque composta da mostri? A Goolmatongo ci fermiamo. La grande casa in fronte alla quale ci piazziamo è all’uscita dello Shafat Glacier. Sullo sfondo una grande parete che è sconosciuta alle nostre guide e che assomiglia alla Nord-est del Pizzo Badile ma sembra alta almeno 6.000 metri. (oggi è straconosciuta col nome di Shafat Fortress e salita da varie vie di arrampicata.

Dormiamo nella valle dopo lo Shafat Glacier. Tramonto splendido. e simpatica famiglia che ci saluta mostrando la lingua come d’uso in Tibet

La padrona di casa ci saluta con la lingua fuori. Notare il meraviglioso Perak sulla sua testa

Martedì 15 agosto (Ferragosto)

(MICHELE)

Sveglia alle sei. Ci siamo messi d’accordo con il G man (Sonam) di sopravanzarli un po’ per essere in tempo a Rangdum Gompa, dove contiamo di fermarci più del solito. Tempo splendido. Appena svegli, colpo di culo, vedo una frana enorme cadere dalla parete del Badile ladakhi, (Shafat Point, più recentemente Shafat Fortress) come ho soprannominato quel palettone di granito che ci sta di fronte. Ho la Nikon in mano e scatto: presa al volo! E dopo lunghissimi secondi, il rombo della frana. Lungo la strada giochiamo a chi vede per primo le marmotte, che qui sono davvero molte grosse. Ieri sera ne ho seguita una nella tana e abbiamo parlato a lungo. Poi fotografiamo i papaveri blu del Tibet che spuntano solo qui come dice il nome (2020: ma non erano i veri papaveri).

Quelli che pensavamo fossero i papaveri blu del Tibet erano una specie di Geranium Selvaticum

Genziane bianche e azzurre ci dicono che non siamo sulle Alpi ma in Himalaya, e campi interi di stelle alpine. Il sole picchia forte e ho male ai tendini delle caviglie. Deserto. Passiamo a guado molti fiumi e arriviamo a Giulidor (pronunciato Gildo) dove assistiamo a una splendida scena: 2 donne ladakhi che si lavano la testa versandosi l’acqua con un mestolo (che compreremo ed è attualmente appeso nel nostro corridoio) e la terza che tosta orzo.

Arriviamo lentamente a Rangdum Gompa, in tutto sono 18 km. Il sole è splendido.

Il monastero è abitato e la cella sacra è favolosa. Tangkas vecchie, pitture, libri e tutto quello che si può amare in un monastero di berretti gialli. Fotografo il Rimpoche mentre chiude una porta. La corte è molto bella.

Come spesso accade, davanti al monastero ci sono vari chorten che in questo caso sono piuttosto belli. Una delle piccole mani wall ha splendide incisioni ( vedi foto sopra)

Andrée e Claude esaminano il mani wall

Poi poco prima di lasciare il monastero incontriamo una donna con uno splendido Perak

Proseguiamo poi per Tashi Tanzé, che sulle carte è scritto in modo completamente diverso, e visitiamo un piccolo gompa dove fotografiamo la camera personale del Rimpoche.

Notte fredda e ventosa, un po’ coperta, giriamo la tenda per avere il vento alle spalle. Good night. Domani andremo al Pensi-la a cavallo perché io sono stanco.

Mercoledì 16 Agosto

Con tre ronzini, un puledrino e i due figli di un contadino di Tashi Terzi, più i nostri due ronzinanti carichi di bagagli, la guida e il coolie, ci avviamo al Pensi-la. Dopo 4 ore facciamo una sosta – desidero già non avere mai sentito parlare di cavalli in vita mia; né di cibo. Inizia a piovere e verso il Pensi-la fa sempre più freddo. Prendiamo anche una scorciatoia in salita, e l’emozione mi fa dimenticare il mal di schiena. Fatidico Pensi-la: 4440 mt. Io sto male per la quota (è Andrée che parla) e la stanchezza mi rincantuccio nella tenda. Due tedeschi di Monaco vengono a offrirci del rum e a chiacchierare in perfetto francese. Claude fotografa. Al Pensi-la ci sono molti laghi tra cui Tuso e Lancho lakes.

Giovedì 17 agosto

Sto bene anche se debole perché ieri non ho mangiato. Claude ha una vescica sul tallone e Michele la tendinite alle caviglie. Inizia la discesa a piedi dal Pensi-la. Alla nostra destra appare una montagna altissima, altezza 6550 mt sulle carte, (2020 risulta essere alta 6320, è lo Z3) e un’altra in fondo alla valle, dalla quale scende un enorme fiume di ghiaccio(15 km?). Il ghiacciaio è il Durung Glacier. (nel 2020 lo si trova scritto Durung-Drang o Drung-Drang) Altre montagne altissime. Prendiamo delle scorciatoie ma a un certo punto ci troviamo davanti un fiume tumultuoso. Lo guadiamo con l’acqua sopra alle ginocchia, lottando contro la corrente che ci porta via. L’acqua è gelata. Sappiamo che l’annegamento nei fiumi è la seconda causa di morte da queste parti e stiamo attentissimi. Arriviamo alle 4 p.m. su un pianoro, che si chiama Tepook, dove incontriamo due austriaci. Uno dei loro cavalli, spaventato da un truck, si è azzoppato. Deve venire un altro truck a prenderlo e così porterà anche noi a Turi. Nel frattempo mangiamo con gli austriaci, ma il truck non arriva. Berremo rum davanti a un fuocherello di busak ( cacca di cavalli e yak) e andremo a dormire.

Venerdì 18 agosto

Sosta, pochi km dopo a Abring (pronuncia Thring) (Rooshool) dove incontriamo un’insegnante tedesca che gira da sola il Ladakh con due guide nepalesi: è già la seconda volta che viene qui ed è andata molte volte in Nepal. Di truck neanche l’ombra. Camminiamo. Piccola sosta al gunciun di Abring (pronuncia Thring) (Rooshoe) dove invano cerchiamo di corrompere il Rimpoche affinchè ci venda una o due splendide vecchie tangkas. Niente da fare, non ci resta altro che fotografarle.

Abring che è scritto così sulle carte ma in tibetano si pronuncia “thring”
Tara
I cavalli trasportano la scorta di legno per l’inverno

Fotografo anche un bambino su un cavallino.

Michele ha molto male alle caviglie e prende una specie di cavallo. Altra piccola sosta presso un campo di inglesi. Dopodiché attraversiamo uno splendido villaggetto (Manda) con dei bellissimi mani, con su incisi Budda, chorten e Mahakala. Bellissima gente, sporca, odorosa di “Ladakhi scent” con bei perak e belle collane di ambra e coralli ci salutPomeriggio di tempesta ad Abring (pronunciato chring, col C come charlie)

Pomeriggio di tempesta ad Abring (pronuncia chring, col C come charlie, o thring, dipende da come lo si trova scritto nelle vecchie carte. Il nome è trascritto dal tibetano) 

Michele prosegue sul suo ronzinante, noi prendiamo un truck e arriviamo a Phe, dove c’è già un accampamento di gentili francesi. Alcuni di loro hanno la congiuntivite. Come sempre si affollano intorno a noi Ladakhi sorridenti e curiosi, ma anche noiosi. Siamo più interessanti noi per loro che viceversa? La strada fatta è stata Abring-Rooshool (pronunciato rusciù)-Himling-Kyagam-Remala-Manda-Phe.

Sabato 19 agosto

Lasciamo Phe che i francesi sino già andati via e le loro guide stano disfando il campo. Le nostre, un po’ meno attive, dopo averci fatto il tè alla maniera loro, perché glielo abbiamo detto solo dieci volte di far prima bollire l’acqua e solo dopo mettere le foglie, – e penso che dieci volte siano poche- dopo aver dimenticato marmellata e cucchiai e averci portato due pentolini per noi tre, come sempre, caricano i nostri bagagli.

Michele sta male, tra tendinite, nausea e mal di schiena. Lo affascina un ruscelletto, che elegge come WC e bidet, mentre i colori del foulard che ho in testa gli fanno pensare che ha trovato l’asciugamano. Tutto ciò non riesce però a farlo felice ma sembra peggiorargli nausea e dolori. Poiché passiamo davanti a uno splendido muro mani, ( vedi le foto precedenti) decide, come cura per il morale, di tirar su un magnifico esemplare da 2 kg e mezzo che si aggiunge ai 4 delle macchine fotografiche. E così ci avviamo a passo militare fino a Tunri, dove Michele crolla nella tenda per tutto il pomeriggio. Io lo imito per innata e bassa pigrizia, mentre Claude, colto da raptus, visita il villaggio di Tunri bevendo chang e dimenticando di prendere con sé la macchina fotografica.

Claude sul ponte a cantilever e sospeso di Tunri
Tunri. E’ difficile non domandarsi quanto si potrebbe fare per questi ragazzi. Fotografarli è perfino imbarazzante, ma abbiamo finito gli indumenti che potevamo regalare.

La giornata si chiude su una mangiata di zuppa e riso e carne di bovini nepalesi, mentre Michele digiuna in silenzio.

Domenica 20 agosto

Cielo coperto. Michele sta bene ma è stanco. Arriviamo a Sani. Il monastero si chiama Kanikar. Dovrebbe essere il monastero delle monache, ma non se ne vede neanche l’ombra. Pullula invece di lama e piccoli lama, mendicanti e bambini. (2020) Giuseppe Tucci, il grande orientalista italiano era stato qui anni fa, probabilmente 50, e aveva fotografato delle statue che non sapeva valutare in quanto di stile completamente diverso da quello del luogo: Gandhara? aveva detto… ma come sono arrivate qui? Io le fotografai in ogni caso

Prima di Sani, da un muro mani ognuno di noi prende un piccolo sasso souvenir. Il monastero è bello, ma all’interno lo stanno riaffrescando tutto e mentre entriamo sono intenti al lavoro: chi dipinge e chi fa lavori di restauro e falegnameria.

Una delle paeticolarità dello Zanskar è che i monasteri sono intatti e non sono stati depredati come quelli del Tibet. Ecco alcune statue molto vecchie e intatte. Dove ci sono pietre semi preziose sono ancora quelle originali. In Tibet sono di plastica!

Un monaco, Tsering Dorjé, ci mostra le sue pitture che sono molto belle. Michele ne fotografa una nella sua cameretta.

Il monaco Tashi, che ha le chiavi, ci porta a visitare il monastero. Al piano di sopra, facciamo la conoscenza di Sonam Tashi, monaco falegname, che è l’unico a parlare inglese. Ci portano in cucina dove ci offrono un ottimo chang e intanto bevono ( e preparano col burro in un mortaio) tè ladakhi con tsampa e cha.

La grande cucina del Gompa
Gli ultimi lavori di Tsering

Beviamo e li fotografiamo mentre bindellano.

Claude mi aiuta mentre con la bindella misuro i locali del monastero per la mia ricerca. Tra di noi si vede lo strumento con cui si emulsiona il tè con il burro per il tè tibetano, cui si aggiunge sale, e calce per eliminare il tannino.

Michele compra un mestolo per 200 rupie, che ha visto usare da due donne per rovesciarsi il sapone dello shampoo annuale sulla testa. È riparato due volte ma è originale! Claude acquista la sua terza tazzina in legno e argento per 130 rupie. Ci stampano davanti agli occhi un tarchò. Invano chiedo lo stampino. Ma ci regala anche una tsa che ci rincuora un poco.

All’uscita dal monastero triste sorpresa: uno dei cavalli, mentre aspettava, si è sdraiato in un pantano con i nostri bagagli. Dalle tasche bagnate esce purtroppo la cassettina con i nostri tesori piena d’acqua. Delle quattro meravigliose stampine ( delle tsa precedentemente trovate in un monastero di cui avevamo avuto il permesso da un monaco) in argilla non se ne è salvata nessuna intatta. Ciò che più stupisce è il menefreghismo dei beduini che non capiscono nemmeno il valore che hanno quelle cose: anche se sono musulmani ciò non è giustificato.

(segue ANDREE)

Anche il libro tibetano è un po’ bagnato e il duvet di Michele e le riviste. Siamo furiosi. E’ probabilmente la rabbia che ci dà la forza di arrivare, sacca delle macchine a tracolla, a Padum, dove crolliamo nell’erba. Beviamo quattro buoni tè con le samya (genere patatine fritte fatte con la farina) e altre frittelle che somigliano alle chiacchiere. Necessita Plasil. Il tea-shop è una grande tenda ombrosa e zozza, con quattro sedie a semi-sdraio un po’ rotte e un tavolo. Come sempre, siamo allo zoo, nel senso che noi siamo le bestie feroci. La differenza è che le noccioline e gli specchietti li diamo noi. Piantiamo il campo. Compro per dieci rupie una formella per il chapati – breve possesso perché mi viene ripresa dopo dieci minuti da un padre iroso.

il Campo di Padum

Foto di tramonto fosco. Ma belle montagne intorno. Al mattino vedremo meglio il villaggio e il suo bellissimo Chorten

Luci bellissime riprese dalla tenda

Michele sul ponte di Padum rinforzato da cavi d’acciaio. Rara sistemazione
Il grande chorten di Padum   

Lunedì 21 agosto

Appena svegli facciamo un po’ di esercizio di tibetano con un monaco. I risultati non sono bellissimi, il loro tibetano è pronunciato con intrusioni di Ladaki e pronuncia del tibetano come scritto e non come si pronuncerebbe… Si confronti la foto mattutina con quella del tramonto precedente.

Michele, con il vocabolario in mano, tenta di comunicare in tibetano

Scalata al gompà di Tagrimo, altitudine 3780 mt..  da cui si ha una splendida vista di Padam (Padum). Ci sono 23 lama, il loro Rimpoche è a Bardan.

Padam vista dal Gompa di Tagrimo

Razzia di formelle in argilla sui mani walls. (quelle di cui parlavo prima) Il piccolo lama Satangingmuet, 8 anni, è molto sveglio. In un piccolo portafoglio legato a una corda e portato sotto la chuba, conserva il suo tesoro: 10 paise e 2 nastrini rossi del Dalai Lama, che mi vuol vendere per 10 rupie l’uno. I lama sono testoni, solo il piccolo capisce due parole di inglese. Non ci vogliono far visitare il gompa e acconsentono solo dopo un’ora di nostre moine. Ci sono alcuni begli affreschi di Lonpur for? e Mahakala e uno di Mahakalì, nonché una statua a più braccia. Per dieci rupie (ne volevano 30) ci fanno visitare un nuovo gompa con delle tankas nuove sulla vita di Milarepa e di Marpa. Ce ne andiamo in lite silenziosa a causa delle 30 rupie.

Gli alieni siamo noi. Tutti i bambini del villaggio vivono praticamente nella nostra tenda….

Dopo un tè al solito tea-stall andiamo a un ponte di corda che ci hanno indicato dei francesi, che si trova subito dopo il villaggio. C’è prima un ponte di pietra, fatto con un robusto tronco, su cui poggiano grossi lastroni, alcuni dei quali in bilico. Il ponte termina a un grosso macigno, da cui parte il ponte di corda. Sotto scorre impetuoso lo Zanskar.

Il primo ponte non ha un corrimano, non ha nulla. Ahimè, ho paura. Avvilita, fotografo i miei arditi compagni. Un lido-beach ci ospita poi per un‘ora di relax. La sabbia grigia è finissima, il sole bruciante, gelata l’acqua del fiume il cui letto è sabbia mobile. Al campo, lavata generale e bucato nelle fangose acque del ruscelletto proprio davanti. Ho delle strisce nere di sporco addosso. In tenda, alle sei del pomeriggio. Solita gente che si piazza davanti a guardare. (vedi foto precedenti)  Stanno lì davanti delle ore. Mi sento una scimmia. Tra gli altri una bambina, molto carina, che Michele ha fotografato ieri. Si chiama Behen. Con lei viene spesso un’altra, che si chiama Beotì.

(MICHELE)

Oggi ho attraversato il mio primo ponte di corda. Chiariamo innanzitutto che di corda non c’è nemmeno l’ombra. Sono trecce di 3 cm di diametro, fatte con rami di un arbusto molto flessibile e lungo (salice), che si rompono con estrema facilità. ( è la maggior causa di mortalità in Zanskar unita ai guadi) In più, il ponte oscilla e le ringhiere sono alte più o meno 70 cm. In tenda, alle 6, solita gente che ci viene a guardare. Particolarmente una bambina, molto carina, che michele ha fotografato ieri. Si chiama Behén. Con lei viene spesso un’altra bambina, che si chiama Beotì.

Behen, rimarrà per ore davanti alla nostra tenda.
Beoti mamma o sorella?

Però mi sento una scimmia lo stesso. Stanno lì per delle ore.Incomincio a capire perché gli animali negli zoo (che sono eliminare) diventano psicotici

i due ponti di Padam : il primo a cantilever e il secondo di vimini
A Padam le tre funi di vimini sono state rinforzate con cavi d’acciaio

Il ponte è di solito fatto interamente con trecce di salice, deboli e fragili… In più, il ponte oscilla e le ringhiere sono alte sì e no 70 cm! Di che camminare basso, basso. Lo scorrere dell’acqua ipnotizza un po’, ma un buon pilota… questo e altro. Claude ha paura delle oscillazioni e torna indietro quando non è nemmeno a metà percorso. Andrée non ha il coraggio di passare nemmeno il ponte di pietra che è senza ringhiere, ma la capisco perché i due tronchi oscillano e le pietre sono solo appoggiate… il sistema è del tipo cinese con ripetute mensole a sbalzo (cantilever) così che ogni mensola sporge delle metà sull’altra e ricorda il tipo di copertura dei templi di Kyoto.

(foto del disegno del ponte fatto da michele)

(andree) Notte Del 21 Agosto

Il cielo è pieno di stelle. Non ne ho mai viste tante. Sono fittissime e la Via Lattea sembra densa e lattiginosa. Sono meravigliosamente infinite e io mi sento un microbo nell’infinito. Penso a mia madre e a come le piacerebbe questo.

Martedì 22 agosto

Tashi Namgyal è il re dello Zanskar e sta a Padum. Non l’abbiamo visto. Alcuni, come l’impiegato della banca, neanche sanno che esiste. In quanto a quello della banca, non si capisce cosa faccia qui: non cambia traveller’s checks né dollari. Farà investimenti? E’ di Srinagar e non parla ladakhi né tibetano. La giornata inizia alle 6 come sempre, con dieci minuti di stiramenti da gatto e poi tè con biscotti. Questa volta il tè è fatto da noi e filtrato con papier q. What a waste! Alle 8.30 arriva la guida che ha dormito da parenti a Padum, annunciando che non ci sono cavalli. Poi fa colazione. Andiamo dal Tourist Officer a protestare per la mancanza di cavalli e il comportamento della guida. Dopo 1h20 arriva anche la guida. Una babele. Gli diciamo che lo rimandiamo indietro con 2 giorni di paga e teniamo il cavallaro. Il cavallaro non vuole rimanere senza l’amico. Dopo 2 h firmiamo davanti al Tourist Officer una lettera con cui spediamo la guida a casa con 2 giorni di paga e il cavallaro senza paga. Dopo 10 minuti abbiamo un’altra guida. Troviamo i belgi incontrati ad Alahi. Andiamo a Karcha. Sembra lì. E’ làaa, a sole tre ore di cammino! (in Zanskar, come del resto ovunque in Himalaya o in Karakorum dove non ci sono strade carrozzabili decenti, tre ore sono un tempo ridicolo…) Arriviamo allo Zanskar River. Un canotto a pagaia manovrato da due lama ci porta, a 60 km/ora e un po’ bagnati, sull’altra sponda del fiume.

Di lì inizia la salita. Altitudine di Padum 3650 mt, del monastero 3870. Questi 220 mt di dislivello hanno 45 gradi di pendenza.

Abbiamo il fiatone. Il monastero di Karcha è enorme e splendido.

Ci sono 160 lama berretti gialli. Il Rimpoche Ngari è fratello del Dalai lama ma non riusciamo a capire se si trova lì nel monastero oppure no, dato che nessuno parla inglese. Ci sono tre templi maggiori, il più vecchio pare risalga all’undicesimo secolo.

I lama pregano cantando e tra una preghiera e l’altra bevono tè ladakhi da ciotoline di legno che un lama si incarica di riempire da una grossa brocca. I canti sono ritmati e cantati a cori alterni, ma sono abbastanza monocordi. Visitiamo anche due celle di lama. Le porte sono sempre bassissime, bisogna chinarsi per entrare, le celle sono poste in modo tale che quando uno ne esce, se fa un passo di troppo da un lato cade nell’abisso.

Dalla terrazza di Karsha si vede il villaggio sottostante
Una parte della grande biblioteca

Le foto diranno il resto. Discesa, seconda traversata del fiume. Sono le 5 del pomeriggio, e Padum è lontano. Un cavallaro di Uptì Pipitì, Mohammed Alì, mi carica in groppa dietro di sé, e dà l’altro cavallo a Michele. Il terzo uomo “chiamato cavallo” galopperà a piedi dietro di noi. Senza staffe e fuori dalla sella è duro trottare sul ciglio del precipizio che dà sullo Zanskar. Con un “minduk!” Atterrito blocco il galoppo. Giornata splendida di sole, termina con un ottimo pasto al tea-stall a base di riso e legumi, pakorà (genere frittelle con cipolle e 1 chilo di pepe o chili), samyà e tè. Troviamo di nuovo i belgi e prendiamo una camera chez l’habitant.

Mercoledì 23 agosto  (Michele)

Partiti alfine da Padum per Phugtal mi sono permesso (ironico) di prendermi un cavallo. Guida e poneyman arrivano con due ore di ritardo ma ormai siamo abituati a questi ritardi e (quasi) non ci facciamo più caso. La valle dopo Padum inizia subito strettissima e a V, con lo Zanskar che scorre impetuoso sul fondo. Le rocce sono di color arancio rossastro e devo dire che ricordano molto il Bryce Canyon. Di colpo la solfa cambia: non più camionabile comoda e larga ma un sentiero per capre (ladakhi però) largo in certi punti non più di un piede. A picco (200/300 mt) sul fiume, in bilico sul cavallo prego che almeno lui abbia le caviglie buone, perché le mie temo siano ormai definitivamente fuori uso.

Questa valle è fonte di continue sorprese. La giornata è splendida, la seconda con assenza assoluta di vento, un cielo così blu che sembra finto e un’atmosfera ferma e cristallina. In alcuni momenti il cavallo scende a picco su certi sassi scivolosi e con tali abissi sotto di me che mi tengo pronto a saltare a monte, ma la cavallina è un vero Bonatti a quattro zampe e prosegue sicura.

Qui sotto alcune immagini di una delle nostre soste poco prima di scoprire Bardan dietro alla curva del sentiero…

A una svolta della valle, di colpo: Bardan, 3740 mt di quota, un castello medievale tipo castello italiano di Bard, piazzato su una roccia a picco in mezzo alla valle. Michele scende da cavallo perché il pendio è ripido e in caso di caduta finirebbe nel fiume.

 

Il Gompa di Bardan appena lasciato il sito del “pranzo”
L’entrata di Bardan
Dalla terrazza è facile capire l’importanza strategica del gompa

All’interno è il solito monastero, un po’ più medievale del solito, con una splendida ruota delle preghiere ricoperta in metallo (rame e ottone) lavorato, vedi foto. Dentro c’è il rimpoche di Stakura-Zunchul e di Bardan ed è in corso la cerimonia con trombe e tamburi, più solenne del solito. Riesco a procurarmi una bella serie di fogli di preghiere più grandi di quelle già prese ad Alchi.

La puja

Lasciamo Bardan e verso le 5 p.m., dopo aver salito un costone piuttosto erto e avere traversato due ponti di pietra di cui il secondo su un grande fiume che discende dalla Tema Tokpho. Il nome del ponte, sulla carta australiana, è Chemò Atekoré. Prima di questo però c’è il bel villaggio di Shilah dove c’è una casa privata che assomiglia a un castello medievale talmente è grande. Dista un’ora da Padum sulla riva destra orografica dello Zanskar. Alle 18.30 arriviamo a Reroo (3840 mt).

Reroo sarebbe un paesetto di poche case ma c’è un bel ponte
Il ponte di Reroo che Andrée attraversa con consumata abilità
un angolo di ombra che Claude e Andrée sfruttano subito

Saltiamo il Munè monastery che vedremo al ritorno. Il passo è a quota 3900 mt circa e dista poche centinaia di metri da qui.

Giovedì 24 agosto

Ieri ero molto arrabbiata perché a Bardan mi hanno impedito di vedere la cerimonia perché sono una donna. Oggi niente monasteri. La strada è un continuo saliscendi abbastanza erto. Ci sono salite da togliere il fiato, tra sentieri pietrosi, ghiaioni, e sassi rotolanti, cornici di sabbia larghe 10 cm a precipizi sul fiume, torrentelli e torrenti da attraversare su sassi o ponti fatti di sassi. La valle è splendida, con gole profondissime e incassate, montagne rosse come le Rocky Mountains, o verdi, ma non di prato bensì di roccia. Sempre impetuoso scorre il fiume, talora di fianco, talora 300 mt sotto di noi. Partiti alle 9.20 con un’ora di sosta per tè e biscotti, ci fermiamo alle 19.30 a Soorlay. Sembra che siamo in ritardo, per via della brutta strada. Il prato è sassoso e in pendenza, ma la zuppa fatta dalla nostra guida eccezionale.

Venerdì 25 agosto

La guida ci sveglia alle 6 con il tè. Fotografiamo il villaggio di Sorlay con i comignoli che fumano. Poco più avanti incontriamo Sonam Norbur, e più avanti ancora 3 francesi superstiti dell’Arton. Lì accanto, di fronte a cha, troviamo una quantità incredibile di petroglifi, un po’ come quelli della Val Camonica. Che età avranno? Cervi, tiratori con arco e frecce, cavalli, tutto su piccole rocce sparse e su un enorme lastrone al sole.

Qui sotto c’è un ponte di corde ma pare in cattive condizioni. Prendiamo invece la strada per Purnay, traversando un piccolo ponte sulle rocce. Arriviamo al villaggio. I locali sono gentili ed essendo meno abituati ai turisti non ci chiedono la khara (ma se gliela dai arrivano bambini a frotte) ma ti offrono piselli freschi e chang. Fotografiamo uno splendido Perak.

E’ giunto il momento di spiegare il significato del Perak. In principio questo copricapo è uno “Status Symbol” per la famiglia che lo ostenta. I gioielli delle donne, oltre al numero degli Yak misurano la potenza e la ricchezza della famiglia. Qui in Zanskar è la prima volta che ne vediamo uno così ricco: corniole, turchesi, e grandi e preziosi kau ( quelle scatole che sono reliquiari d’oro e d’argento) 

Piantiamo le tende, mangiamo tè e latte e biscotti, e discutiamo dell’età della ragazza che abbiamo incontrato all’ingresso del villaggio.

le avrei dato 10 o 12 anni ma magari era già una mamma. Discutemmo a lungo sulla sua probabile età
Il sentiero per arrivare a Poornay richiede molta attenzione! Spesso appena al di fuori della traccia c è un pendio che porta direttamente all’altro mondo!
Ultime luci a Poornay
Poornay La cena sarà pronta tra poco.

e poi via per Phugtal. (Phugtal è il monastero più incredibile dello Zanskar ((1978) La strada è impervia, strettissima, sassosa, con alcuni passaggi un po’ pericolosi. Sembra che i cavalli non la possano fare, ma vedo per terra una cacca tipica di alimentazione vegetariana: uomo cavallo o yak?

DA QUESTO PUNTO IL RACCONTO SI ESPANDE: abbiamo inserito molte più fotografie perché sia il sentiero che il Monastero di Phugtal valgono da soli l’intero trek. Nel 1978 avevamo camminato quasi 13 giorni per arrivarci, patendo la fame e con diversi problemi fisici (eravamo piuttosto mal equipaggiati e poco allenati per uno sforzo simile: 40 gg a 4000 mt…) 

All’inizio il sentiero è pericoloso ma classico (Michele sullo sfondo da un’idea delle dimensioni del luogo.)  Quando si arriva alle rocce rosse cambia tutto. Sembra uno dei canyon dello Utah

le rocce rosse. Un tratto del sentiero ripido ma bellissimo
Claude, Andree e Sonam in vista del ponte che passa sulla riva opposta (tutte queste foto sono polarizzate per cui il cielo è anormalmente scuro) 
Basta invertire l’angolo di ripresa e i colori cambiano con il mutare della roccia. il sole gioca con le ombre e le rocce rosse sono alle spalle. Andree ormai ha meno paura.

Attraversiamo un ponte di legno, seguito da uno di pietre (i francesi vorranno la corda per attraversarli, noi no: mi rifaccio del mio avvilimento ad aver voluto la corda in precedenza) Dall’alto si vedono bene i tre ponti di cui il maggiore è costruito con tecnica cantilever

I tre ponti che ritornano sulla riva di Phugtal si guardi quanto il sentiero è esposto. Prima qui sulla parete di destra poi si alza per aggirare lo sperone rosso dietro al quale apparirà Phugtal
Andree sul ponte

Dopo 2 ore arriviamo in vista del gompa. Lungo il sentiero c’è una fila di chorten. In fondo, incassato nella roccia dentro una grotta, Phugtal gompa. (2020: Oggi con le strade carrozzabili e i vari B&B sul sentiero probabilmente il percorso sarà molto più agevole ma 42 anni fa non fu così!!!)

La prima volta che lo si vede è una specie di visione.
avvicinandosi diventa sempre più feerico

A mano a mano che ci si avvicina si incomincia a capire che il gompa è stato costruito all’interno di una grotta dove probabilmente hanno trovato una sorgente…

lungo il sentiero ci sono vari mani e chorten

A questa distanza l’ipotesi della sorgente diventa reale. L’acqua cola dal pianoro sovrastante
Da vicino si vede con chiarezza l’immane lavoro che è stato fatto per sospendere le costruzioni sulla parete! In particolare nella foto sottostante

E’ un monastero di berretti gialli, tutto scavato nella roccia, con scale in pietra traballanti e passaggi in equilibrio su una fila di mattoni di terra messi come un muro, e scale a pioli da alpinista. Non si può parlare di piani: dopo tre scalini a sinistra c’è la cucina, e dopo sette a destra, in mezzo, un tempio in cui pregano e tre scalini più in su, tra i due, un enorme chorten sul cui retro scorre l’acqua, ma io come donna non posso andare.

L’entrata del gompa
Una famiglia del gompa

Terrazzini e terrazzetti, che sono spesso tetti bucati di altre cucine o di scale. Un altro tempietto completamente scavato nella grotta, con le pareti di roccia, alberga vecchissime tangka, un palo con tanti tarchò colorati arrotolati attorno, statue ricoperte di drappi con collane di teschietti attorno al collo.

In un altro “tempietto” favolosi affreschi che fotografo in bianco e nero. Temo il peggio per il mio rullino in bianco e nero. In quanto ai ritratti non parliamone – tra quelli che si nascondono il viso, che scappano, che si bloccano in una posa da avvoltoio sorridente, che non riesco a mettere a fuoco, che sono in controluce, al buio, o neri di faccia o presi col grandangolo: beh, ho rovinato un film.

Le foto dell’interno le vedrò a Milano, una volta sviluppate… Per adesso mi devo accontentare della descrizione di Michele che, se avesse potuto sarebbe rimasto una settimana e avrebbe sparato 100 rullini!

Sonam sale a chiedere il permesso per entrare nella cella della puja
Su ogni terrazza si vede la riserva di legno per l’inverno che oggi (2020) non è più così indispensabile dato che il monastero ha un sistema di elettricità e riscaldamento solare)                                       

 

Nelle foto sovrastanti è facile vedere il posizionamento delle varie celle del monastero, impilate una sopra all’altra con i tetti che formano la terrazza di quella sottostante. Sopra ogni terrazza i monaci accumulano il legno utile al riscaldamento invernale  e usano la superficie del tetto sottostante per aumentare il poco spazio a disposizione lasciando all’esterno tutto ciò che possono. Qui l’inverno dura da settembre a luglio…. (2020 – nel 2016 il monastero è stato attrezzato con un sistema di riscaldamento e elettrificazione solare)

All’interno la grotta è veramente buia … quanto vorrei avere avuto una mirrorless come la Sony A7SIII, Un cavalletto per poter fare varie esposizioni e unirle con Photoshop!

Molti dei monaci passano varie ore al giorno al sole che d’estate è particolarmente caldo anche se siamo a oltre 4.000 metri di altezza.

la puja
Sonam col suo cappellino rosso, durante la puja. Sia sopra che sotto.

All’interno della cella ci sono opere d’arte ancora intatte: ne pubblichiamo solo alcune delle decine che fotografammo.

I tamburi per le funzioni religiose
Dipinto con Amoghasiddhi
Sakyamuni e la sua vita
La cella sacra con le opere migliori. Ci hanno mandato via quasi subito

Giù da Phugtal insisto per il rope bridge. Già l’andarci è un’impresa alpinistica. – 1° grado dice Michele – ma data l’esposizione, a picco sul Lingti-chu, per me è almeno 3°. Poi il rope bridge vero e proprio. Michele propone di tendere per me una corda, la guida, (Sonam è veramente una guida coi fiocchi) dice che non c’è bisogno e basta lui. Mi viene dietro di me e mi tranquillizza , mi dice di fare i passi lunghi e di guardare davanti a me. In effetti, se guardo il fiume sotto, mi tremano gambe e braccia. Bisogna mettere il piede di traverso, in modo che prenda bene l’appoggio sulla corda che è larga come un’asse di equilibrio , ma a differenza di quella si muove essendo sospesa; e tenersi con le mani ai corrimano che sono a treccia e siccome solo lo Yeti riuscirebbe a prendere tra le mani l’intero cavo intrecciato, si infilano le dita in mezzo in modo da prendere una singola treccia: con centomila graffi per dito. Il tutto fatto in posizione accucciata dato che i corrimano, che sono i cavi portanti, sono all’altezza dei ladakhi, (cioè 1,50 metri) e quindi per noi all’altezza delle cosce. Dopo l’exploit, corro sulla strada, dolorante ma soddisfatta. Il primo ponte di corde della mia vita, e l’ultimo. ( 2020 – frase ripetuta ad ogni ponte…)

Andree con alle spalle Sonam inizia ad attraversare il ponte

Due altre parole sui ladakhi: non tutti hanno la chuba, ad eccezione dei lama che la portano sempre, e rispetto a quella degli altri è meglio tenuta. Le chube sono spesso incredibilmente rappezzate. Ai piedi portano o scarpe fatte della stessa stoffa rossa e cucite saldamente a gambaletto, o sono a piedi nudi, o hanno un più diffuso paio di scarpe coi lacci (che mancano) di plastica beige. Chi non ha la chuba veste all’occidentale, con pantaloni e golf più o meno vivaci, non hanno jeans. Talora hanno pantaloni larghi e informi e delle larghe casacche grigio-brune. Le donne, qui nella valle del fiume Linghti-chu, (chu vuol dire fiume) portano spesso pantaloni. Alcune portano il perak, quasi tutte hanno splendide collane d’argento e coralli (veri o no), o fatte di ambra e legni colorati di rosso e braccialetti d’argento che finiscono a testa di serpente. Parlo dei ladakhi di questa valle del Linghti-chu: il perak è il caratteristico berretto ladakhi invece, fatto a cilindro con le orecchie rialzate, ed è portato quasi solo nella valle di Leh e dell’indo. 2020: si intende che le foto delle donne col perak sono di persone che vengono dal Ladakh ( molto vicino allo Zanskar)

Sabato 26 agosto ANDREE

Da diversi giorni il cielo è di un azzurro-polarizzato senza una sola nuvola. Partiamo alle 9,30 con un tedesco di Monaco, una siciliana trapiantata a Monaco e un americano. Finiti i biscotti della mattina (la sera prima ne avevo mangiati con la carne al curry: mica male!) A mezzogiorno, cioè alle 15:30 quando facciamo sosta, non ho di meglio che il latte in polvere indiano (molto dolce e buono ma poveri neonati quanti zuccheri!) Mescolato con poca acqua a mo di budino. Una bontà! Stasera pasteggeremo invece con tonno e fagioli, e gli ananassi che ci ha regalato Sonam Norbu.

Claude e Andree sul sentiero nei pressi di Icchar 

Lo stop stasera è a Icchar un villaggio che abbiamo saltato all’andata.

e dobbiamo attraversare un altro ponte di corda.

Il ponte di Icchar (non ne sono sicuro… 42 anni sono tanti e la dida della dia non specifica)

Dev’essere lungo 45 metri e dondola. Alfonsa e io non ne vogliamo sapere di farlo senza corda e moschettone (che poi la corda non arriva fino in fondo). Sono stanca morta e ho 36 tra graffi e schegge di giunchi dell’altro ponte: mi bastano.

La corda non arriva e Sonam mi segue , devo liberarmi della corda…Michele, seduto sul ponte davanti a me fotografa…
in questa foto si vede chiaramente la struttura del ponte in vimini

Nel villaggio troviamo un mulino ben tenuto e lo filmiamo : è il primo in tutto il viaggio.

(MICHELE)

Sempre più paura per il cavallo: più ci si pensa e più diventa problematico restare calmi quando l’animale, non una macchina, decide di saltar giù da un salto di 30 cm. Solo 30 cm, direte voi, eppure, quando sotto ci sono 100 metri di vuoto, se il cavallo sbaglia a mettere lo zoccolo nei 10 cm “buoni” del “sentiero”sono guai. In certi punti il sentiero si riduce a una traccia nell’écoulement di sabbia a e sassi e il passo è particolarmente difficile. Stando poi sul cavallo ci si sente impotenti a qualsiasi azione. L’unica cosa a cui si pensa è di stare pronti a saltare su se il cavallo dovesse cadere.

Come rovescio della medaglia si ha il tempo di ammirare il panorama veramente eccezionale che ci circonda. Il sentiero sale e scende con antipatico andamento sinusoidale e ovviamente i passaggi più esposti sono dove il dislivello è maggiore. Il fiume è protagonista della valle con il suo rumore sempre presente, velocissimo ma mai cattivo: sarebbe percorribile con le canoe o con canotti ben robusti.

Ieri sera abbiamo incontrato tre nuovi trekkers: Alfonsa, una siciliana trapiantata a Monaco, con un tedesco di nome Helmut e uno yankee di nome Adam, di San Francisco. Tutti e tre alpinisti, tutti e tre a piedi con enormi sacchi, autosufficienti ma con poco da mangiare. Ci hanno invitato a Monaco e penso che ci andremo perché è bello trovare amici in una città che non si conosce. Stasera siamo a Icchar dopo aver attraversato il nostro terzo ponte di corda: 50 metri. (2020 da 45 metri sono diventati 50. Chi ha detto che la paura fa 90?)

Domenica 27 agosto, ANDREE

Provato il latte per lattanti in polvere S26 con poca acqua. Quasi buono come quello indiano. Da provare a Milano con il cacao.

Ore 9.30. Per non attraversare di nuovo quel lungo ponte di corda, e pochè i cavalli di notte sono scappati prendiamo la strada di Icchar che visitiamo e poi andiamo a Reroo. Sbagliamo strada? All’inizio è una via alpinistica, suggestiva quando passa in mezzo a un intrico di fogliami e piccoli fiori lilla come microscopiche orchidee. A Reroo attraversiamo, questa volta senza corda né guida, il terzo rope bridge, bello e corto. Siamo tutti stravolti, noi tre ma anche Alfonsa, Helmut e Adam. Il solito sole a picco, i soliti saliscendi. Reroo, vista alle 12.30, sembra una città abbandonata e le case di pietra con le fascine e la bouse sui tetti, le scale a pioli per entrare al primo piano delle case come appoggiate su grossi sassi perché troppo corte, e i sassi e i mattoni di fango dappertutto, lasciati lì in rovina, contribuiscono all’impressione di villaggio fantasma. Visitiamo un gunciun deserto: una sola thangka, tanti libri. Arriva la guida con i cavalli: mangiamo chapati e formaggio (dabò) caprino che sa molto di yogurt. Alle 16.30 lasciamo Reroo per Munè: già il sole non illumina più il monastero quando lo visitiamo. Begli affreschi, belle tangkas: I monaci appartengono ai berretti gialli. Stupidamente finora abbiamo chiesto chang ai berretti gialli: non si sposano, non danzano, non bevono chang. Proseguiamo. La sosta è a Pipcha, dove arriviamo alle otto meno un quarto, col buio e la lampada a kerosene rotta, e facciamo una gran zuppa con patate piselli e riso per tutti noi sei.

I Ladakhi che incontriamo sono sempre gentili, ma parlano sempre a voce molto alta tanto da sembrare quasi arrabbiati. Sono un po’ come i napoletani nella gestualità e nell’accento (come dicono Julay per esempio, sembra quasi una festa). Se facciamo una domanda, rispondono insieme tutti e 47. Si sbracciano e ridono molto e dispiace non capire che cosa dicono. Sono curiosi, si informano da dove veniamo, dove andiamo. La nostra roba di scarto (scatolette di plastica, tablets usate di vitamine) è un prezioso possesso per i bambini. Ho visto un vecchio ad Abring, che portava come braccialetto un barattolo di latta senza le estremità. Altrimenti sia gli uomini che le donne usano delle conchiglie (tritoni) come braccialetti. La mia crema solare è anch’essa fonte di meraviglie: tutti, lama compresi, vogliono mettersela. A causa del vento e del freddo la loro faccia è rugosa e l’età assolutamente imprecisabile. Approssimativamente, so dare gli anni ai bambini fino agli 12-14 anni. Non saprei dire invece se ho incontrato solo cinquantenni o anche qualcuno sulla trentina. I bambini sono molto liberi e autonomi, fin da quando sanno a malapena zampettare. Non ho visto una madre richiamare il figlio o tenerlo presso di sé. Sembrano tutti orfani e stanno tutti insieme, i piccoli e i più grandicelli. Né ho visto spesso uomini e donne insieme, salvo durante gli spostamenti. Hanno spesso dei cani, a pelo lungo, di un genere che ricorda il cane da slitta. Sembra sia vero che ci sono lupi da queste parti: abbiamo visto dei ripari circolari di pietra, al cui interno accendere un fuoco per tenere a bada i lupi. Pare però che siano rari e vengano allo scoperto soprattutto d’inverno.

Lunedì 28 agosto

Stanchezza mortale. Zampettando, zoppicando, con allucinazioni stranissime in rapidissima successione, tanto da non poterle neanche raccontare (vagamente ricordo il cavallo con il pigiama), faticando a distinguere la realtà dall’immaginazione, non riuscendo a ricordare neanche il nome dei miei amici, arriviamo a Padum. Tè con zucchero, samia, pakorà mi rimettono in sesto. Helmut mi dà un pacchetto di chewing-gum, Adam uno degli anelli smontabili, do ad Alfonsa il libro di Edgar Wallace. Les adieux et les adresses. Ci mettiamo in rotta per Tungri dove arriviamo al calar della sera. La giornata è stata brutta, con pioggerellina. Sonam ci promette per domattina il truck.

Da ricordare per un prossimo viaggio:(nel 1978 erano forse importanti , oggi non credo lo siano più) caramelle, chewing gum, caffelatte Nestlè, zucchero, formaggini, carne secca, carne in scatola, frutta in scatola,frutta secca, bustine per sciroppi (orzata, menta ecc), latte condensato in barattoli, tè in bustine, marmellata di castagne in cubetti, salame (nella stagnola), verdure in scatola, pasta (spaghetti), burro in scatola metallica oppure olio, tonno e pesci in scatola e sandali di gomma. Spedire il cibo in cassa via cargo, con il camping gas. Inoltre telo di plastica robusta con funzioni di pavimento o copertura bagagli. Inoltre seggiolini da camping pieghevoli, sveglia, sapone e detersivo, guanto di spugna, strofinacci, mollette da bucato. Inoltre custodia rigida per macchine fotografiche. Medicinali e Labisan. Custodia rigida per occhiali da sole. Coltello multiusi. Scatola rigida con nécessaire per lavarsi.Per spedizione convengono casse con chiusura a lucchetto (vedi cilindri Arton).

Martedì 29 agosto

Sveglia alle 4.10. Sonam arriva alle 5. Alle 6.20 arriva il truck. Stiamo sul cassone. Il cielo è coperto, abbiamo indosso i duvets. Proviamo a stare seduti sui sacchi ma è un tal saltare che ci provoca una successione alla colonna. In piedi, attaccati al bagagliaio saltiamo per ore, con alcuni intermezzi: il motore non va, manca l’olio, affondiamo in una palude (mezz’ora per venirne fuori, dopo aver deviato il corso del ruscello). Dopodiché beviamo tè occidentale e tè ladakhi con i gentili contadini che ci hanno aiutato (a dir la verità, noi tre non abbiamo fatto niente) e che fotografo. Fotografo anche un gruppo di ladakhi a cavallo che ci ha seguito per un tratto… poi ci hanno sorpassato!

All’una ci fermiamo vicino a un ponte in costruzione e siamo invitati a pranzo dagli operai: noi tre, un poliziotto JK ( il cui superiore è una donna) che vive attualmente a Padum dove è capo della polizia, più un altro tizio di Kargil, ben vestito, con pantaloni e maglione, il nostro conducente sikh con il ragazzetto che l’aiuta col motore. Ferve la conversazione: si parla dei meno 65° a Padum durante l’inverno, del fiume che diventa ghiacciato su cui corrono con i ponies, e vanno in 8 giorni da Leh a Padum. La strada carrozzabile è chiusa dai primi di novembre a maggio. Sembra che quest’anno fosse stata aperta ai trucks solo due giorni prima che arrivassimo. Difatti stanno ancora costruendo i ponti. Padum ha circa 300 abitanti, tutto lo Zanskar 25.000. Ci servono riso con lenticchie (in ladakhi: daal) molto pepate ma senza curry: sono gialle e tonde e grosse come un pisello e fanno una specie di purea. Mi ricordano qualcosa di arabo, della mia infanzia, ma non so più che cosa. Dopo il pranzo, che mangiamo tutti con le mani, senza alcuna posata, un bel rutto è segno di cortesia. Io però sono maleducata e non lo faccio.

Proseguiamo tra mulinelli di sabbia e polveroni che fanno fermare il camionista perché non ci vede più. Sembriamo statue di creta. Prima del Pensi-la c’è da attraversare lo Zanskar a guado, perché il ponte non è terminato. Riusciamo ad attraversarne qualche rivolo, grande come un torrente, ma siamo arrestati dalla piena del fiume. Bivacchiamo. Tiriamo su le tende con un veneto e un freddo cane.

Claude sul cassone del camion. Credo che sotto alla mantellina antipioggia/vento/tutto avesse tutti i vestiti che aveva con sè….

Al solito infilo collants, pantaloni felpati, maglietta, due pullover, il duvet e la giacca presa a Leh. L’autista e il suo aiutante ci offrono di mangiare con loro. Ci fanno il tè con il latte e li aiutiamo a sbucciare i piselli per fare il riso con burro e cipolle. L’odore è favoloso e muoio di fame. Abbiamo solo zuppe, muesli e poco latte in polvere, avendo lasciato a Sonam riso, kerosene, taniche e la lampada. Ci mettiamo al riparo di un muretto di sassi, uno dei tanti che costellano la strada e offrono riparo dal vento delle valle. Siamo a 4500 mt di quota, in una valle amplissima, dove un uomo lontano è solo un puntolino. Mi sento molto ladakhi, ma morirei se dovessi dormire all’aperto come fanno loro.

29-31 agosto (MICHELE) 

Arrivati a Tunri dopo una noiosissima quanto lunga cavalcata ci accampiamo su un prato lato strada in attesa che Sonam ci procuri l’agognato truck. Errore! L’agognato truck si rivela uno dei più raffinati strumenti di tortura mai inventati. Il 30 sveglia alle 4 del mattino in attesa del truck che arriverà solo alle 6.20. Nell’attesa, bivacco, con conseguente raffreddore, tosse ecc ecc Si viaggia in piedi , fuori nel cassone, con scossoni che scuotono il cervello. Il viaggio però sembrerebbe bello e il panorama è vario e interessante visto così veloce nel suo scorrimento. Errore: ci impantaniamo e assistiamo a un lavoro tipo diga di Kariba, durante il quale ho modo di assistere al ragionamento di tipo contorto e primitivo con il quale dieci persone tentano di arginare qualche litro di acqua e fango.

Si parte alfine e coperti come orsi arriviamo al Pensi-la, o meglio, verso il Pensi-la. Qui il camion trova un fiume che, per le piogge del giorno prima, si rivela intransitabile. Tiriamo fuori le tende e ci accampiamo nella piana a valle del fiume. Serata piacevolissima con cena fatta dai nostri camionisti in un riparo di rami. Notte freddissima. Raffreddore, tosse, un filo di stanchezza. Sveglia alle 4, record nella rimessa delle tende e alla luce dei fari attraversamento dei numerosi bracci del fiume, tra cui il principale è un vero e proprio salto nel fiume con rimbombo di meccanica e paura di scasso. Ma niente paura! Si continua e con luci da favola si sale verso il passo con una temperatura piuttosto bassa, al piano neve e luci splendide: il 6300 e passa è splendido ma la stanchezza si fa sentire. A Rangdom gompa Andrée entra in cabina per un poco.

A Julidok un tè con troppi biscotti e inizia il disastro: sempre più stanco e con un po’ di nausea. A Parkatse si cambia truck. Il driver è un pazzo. Io sto male – molto- . Nausea atroce, mal di schiena e la velocità sempre maggiore. Sto malissimo, la strada non finisce mai e vorrei buttarmi giù dal truck. Sempre peggio. Senza fari, con la mia pila in mano tenuta fuori dalla finestra arriviamo alle 20.30. Stravolto. Dormirò senza cena fino alle 8.30. Il giorno dopo, stravolti, aspettiamo che il tempo passi per attendere la sera. Ci sveglieremo alle 4 di mattina.

Mercoledì 30 agosto

Durante la notte ha fatto un freddo cane: anche nella tenda, vestita da orso, gelavo e non sono riuscita a dormire. Attraversiamo lo Zanskar che è molto ridotto, e andiamo due km più in là dove, in una casa di sassi col tetto di lamiera, costruita su un pendio in modo che sia per metà sottoterra, hanno dormito il poliziotto e l’altro. Entriamo a prendere il tè e per poco non mi siedo sulla testa di qualcuno: è pieno di gente che dorme, sepolta sotto stracci a mucchi: non si capisce dove sono solo gli stracci e dove anche la gente.

Partiamo, sono le 5, è ancora molto buio e fa freddissimo. Sto nella cabina, i miei amici fuori al freddo. Siamo in 5 nella cabina davanti. Il militare mi racconta dei 600 milioni di abitanti dell’India, (Nel 1978) delle famiglie con dieci bambini, del fatto che i genitori scelgono di solito il marito per la figlia, delle marmotte che loro non uccidono, delle vacche che sono uccise solo da rappresentanti del governo per l’esportazione, della moglie del D:C di Leh che è tedesca, del fatto che dovrei stabilirmi in Kashmir e sposare un indiano perché mi amerebbe di più. Mi legge la mano e mi predice che avrò un marito e non divorzierò. Rido, intenerita e incredula.

Al Pensi-la si muore dal freddo. E’ nevicato basso ed è gelato. Qua e là piove. La strada è sempre brutta e si prendono tanti scossoni. A Julidok ci fermiamo per il tè e ci abboffiamo di biscotti, ne prendiamo anche per dopo. Michele viene in cabina al mio posto e io esco. Non fa più tanto freddo, ma probabilmente a causa del ritardo il camionista va in fretta e ci prendiamo dei bruschi scossoni. Poco prima di Parkatchik ci fermiamo per il pranzo, allietato dallo show del poliziotto e dei guidatori che si lavano nudi nel ruscello. Mangiamo i nostri biscotti e il tè. Due ore dopo prendiamo un altro truck perché il nostro guidatore ha deciso di trasportare un compressore. Siamo tutti nella cabina, schiacciati come sardine in scatola, ma il guidatore è un pazzo furioso, siamo sbatacchiati qua e là, sbalzati dal sedile, picchiamo la testa, le ginocchia, la schiena. Michele ha dei rigurgiti dolorosi di biscotti al cocco e si piega in due, agitato come un bambino in chiesa. Il viaggio è interminabile. L’imbecille non ha i fari funzionanti e ci insabbiamo. Il truck dietro lo spinge fuori mentre Michele gli fa luce con la pila. Imperterrito, il conducente continua ad andare a tutta velocità, su strade da percorso di guerra. Arriviamo alle 21 allo D’Zogi-la hotel. Claude e io festeggiamo con birra, bollito di carne e albicocche, Poi a letto, pulci o no, così come siamo vestiti.

Giovedì 31 agosto

Solita colazione dello D’Zogila: corn flake, toast, burro e marmellata, uova alla coque, tè. Mi abboffo come un rescapé da un naufragio. Errore! Andiamo al villaggio, che è a 2 km. Kargil, che mi era sembrata verdeggiante la prima volta, è uno schifo. Il verde c’è, ma è opaco di sabbia, il Suru è limaccioso. Il paese si riduce a una stradina del bazar: alcune botteghe aperte, altre chiuse (sono le 10), molti negozi di sarti, gente che si lava nel rigagnolo di fianco alla strada, gente che dorme sulla merce nei propri negozi. Sono tutti musulmani, non c’è una donna in giro. Una o due case di pietra in costruzione, altri lavori in corso al ponte, ma gli operai son tutti seduti a chiacchierare con la pala in mano, oppure danno una palata poi si fermano e guardano in giro. Anche il nostro conducente si fermava a ogni truck o jeep o passante incontrato, per lunghe chiacchierate a voce squillante. Se vedeva un altro camion venirgli incontro, si fermavano tutti e due muso contro muso, poi parlavano per mezzora, infine si scambiavano i camion e uno si spostava in maniera che l’altro passasse, poi recuperavamo il nostro conducente.

Kargil (2750 mt/ slm)comunque è uno schifo e non ha l’attrattiva dei bazar della vecchia Delhi. E’ squallida, non è animata, non è colorata perché sono tutti vestiti di beige o di bianco sporco, cencioso, informe, solo talora qualcuno ha un berretto di lana rosa shocking o giallo. Le case sono brutte. In banca non cambiano dollari né traveller’s check perché non sanno il tasso di cambio. Alla fine il Branch Manager cambia i dollari a Michele. Gli facciamo cambiare anche alcune delle nostre rupie di carta un po’ rovinate perché la gente di qui non le accetta. Il manager le cambia, meno un biglietto di una rupia che ci dice di cambiare a Srinagar. Troppo rotto? Sono matti.

Torniamo all’albergo. Ora sono io a non voler mangiare e a dormire. Il mio stomaco ha ingerito in una mattina quello che in questi giorni riceveva in un’intera giornata. In più sono (siamo) a pezzi per il viaggio di ieri. Distrutti. Dobbiamo anche cambiare albergo perché arriva una comitiva di francesi. Andremo al Suru View. Speriamo che sull’autobus dei francesi diretti a Srinagar ci sia posto per noi.

Venerdì 1 settembre ANDREE

Trovato ieri sera per miracolo al Sun View una comitiva di svizzeri tedeschi che va a Srinagar: una vera foruna, perché gli autobus governativi sono pieni per oggi, domani e dopo non si sa,, il camion dei francesi non si è visto e un altro camion di tedeschi ci ha rifiutato. Il viaggio però è ancora allucinante e sui sedili posteriori veniamo frullati. Trovo un medico di Srinagar che lavora a Kargil: mi racconta che i bambini nascono in casa, muoiono perlopiù di malnutrizione, infezioni intestinali e broncopolmonari: c’è la tbc, la giardiasi e l’amebiasi La scuola non è obbligatoria. Secondo lui i ladakhi sono ricchi ma tengono i soldi da parte. Possono mangiare la carne ma per avarizia la mangiano 1-2 volte al mese (così dice). A Sonamarg facciamo stupidi acquisti salvo due braccialetti che la donna non voleva vendere…

 

Arriviamo a Srinagar e ci rendiamo al Broadway hotel dove ci diamo una ripulita, ci facciamo portare Apco juice e Broadway club sandwich in camera. Io faccio tre bagni e mi lavo tre volte la testa. Poi, giretto all’Indian Airlines e al bazar sul lungo lago (Dal lake). Compro un coltello per Klaus, ma lo vorrei tenere.

Sabato 2 settembre

Che giornata meravigliosa ! un ottimo breakfast in camera (ma l’abitudine di svegliarsi alle 5 è rimasta: ci svegliamo e ci riaddormentiamo) E’ rimasta anche al mio stomaco l’abitudine di mangiar poco: impiegherà dodici ore, manco fossi un cane, a digerire il breakfast. Facciamo una visita infruttuosa a Rashid (è festa musulmana) e a Air India e poi ai negozietti sul lungolago Dal. In un negozietto che è un misto di antiquario e di bric à brac, passiamo ore piacevoli E’ bello chiacchierare, mercanteggiare, esitare, bevendo Apco juice mentre siamo seduti ad ammirare cose per noi splendide, barattare (Michele le sue pellicole, Claude la borsa e il cannocchiale). Chi ci guadagnerà alla fine? Resteremo fregati? E’ bello non dover correre, non avere le ore contate, poter passare il tempo piacevolmente ammirando cose belle, anche se poi non dovessimo comprare niente. In realtà compriamo, e tanto! Quando il senso di colpa mi sfiora, penso che rivenderò le cose comprate al doppio.

 

Da lì, carichi di gioielli, prendiamo una shikara che è una specie di gondola con baldacchino, piena di comodi cuscini colorati di seta, guidata da tre rematori, per un giro di due ore sul Dal lake. Passiamo tutte le houseboats, alcune splendide, tutte con la roof terrace con ombrelloni panchine e sdraio. Ci addentriamo poi nei canali della Srinagar galleggiante. Appaiono i giardini flottanti, i lotus, le ninfee. Mi fanno un enorme mazzo di lotus infilato in una grande foglia di ninfea e una collana con un lotus. L’acqua è verde: giunchi, fiori viola e piante acquatiche rallentano la nostra piroga. Incrociamo piroghe vere guidate da nativi, case sull’acqua dove i bambini fanno il bagno, madri che allattano, gente che sta seduta accucciata a guardare. Hanno un modo particolare di accucciarsi, con i talloni che toccano i glutei e sembra comodissimo ma a noi non riesce. Altre piroghe scivolano silenziose, martin pescatori piombano a falco sull’acqua, papere tranquille nuotano di fianco a noi, , c’è un’atmosfera di quiete, di morbidezza, di lentezza e di fresco. Che pace incantevole! Altro che i giardini del Gran Moghul, dove sgambetti su e giù sotto il sole per vedere dei fiori coltivati. I lotus non hanno alcun profumo. Ogni tanto si leva dai canali odor di marcio, ma non è cattivo. Non è come l’odore dei ladakhi, tipico e per noi ormai riconoscibilissimo; né come le puzze, per me più asfissianti, di Delhi, con i suoi curry, chili, beedies e tutto insieme, che mi fanno serrare lo stomaco. La piroga si ferma dolcemente sull’acqua davanti a un enorme negozio di papier maché. E’ un’orgia di splendide scatole e di spese. La scatola di destra, nel 2020 , mostra di aver mantenuto i colori originali (che mi ricordi) mentre quella di destra ha perso tutti i colori chiari ed ha una dominante rossa che la svilisce

Fa piacere sentirsi ricchi, ogni tanto, e potere. Ogni tanto. I due bracciali sottostanti sono stati “strappati” alla proprietaria dopo almeno 3/4 d’ora di discussione e un’offerta per lei esorbitante.

 

queste vengono probabimente da Delhi. La turchese è originale i coralli sono di accrescimento

 

Dopo il Dal lake, acquisto di tappeto per Joel e poi piscina al Broadway con tanto di newspaper in cui leggiamo di ennesima alluvione a Delhi, la cui umidità massima ha raggiunto il giorno prima il 100% e la minima il 95. Dovrebbe essere un’ottima cura per la laringite di Michele. La sera, cena self service. Perché, perché mi abboffo? Riceverò acuti rimproveri dal mio tubo digerente per altre 12 ore. L’orchestra del ristorante suona bene.

Domenica 3 settembre

Lasciamo Srinagar. Proprio mentre partiamo stanno girando un film al Broadway. Non posso trattenermi dal fotografare gli attori: una palla dipinta, in saree, e un robusto barbuto tutto leccato dall’aria molle e furba. A Delhi di domenica è quasi tutto chiuso. Non scendiamo al Claridge’s perché siamo poveri e perché a Srinagar ci hanno detto che fino al 16 non ci sono posti per Roma. Ma dopo aver fatto un giro in Connaught place, dove ci hanno offerto di pulirci le orecchie a buon prezzo, e Jan Path, andiamo a piedi a mangiare al Maharani e per un po’ ci sentiamo ricchi. Alla sera, squallore estremo della camera al Central Court hotel> io trovo una formica sul cuscino e vari altri animaletti rodano per la stanza. Mi sento povera e miserabile.

Lunedì 4 Settembre

Giornata di estrema miserabilità. Striminzito breakfast al Central Court. Raggio di sole nella libreria Oxford: Michele e Claude comprano un libro sul Buddismo che io ordino; io ne prendo uno sul Western Tibet di Francke. Vediamo splendidi libri che in Italia non troviamo o costano di più. Ore 10,30: appuntamento con Mrs Vimla Arni, gentile e fredda. Ci spedisce da MRS Sushma Seth: da andare dopo le 12. Dopo le 12 msr Seth non c’è: tornerà domani. Un gentile impiegato ci manda da Mrs Mathur (odiosa) Mrs Mathur ci manda al counter. Al counter ci dicono che non c’è assolutamente posto (questo alle 14,30. Dalle 13 alle 14 pausa per il lunch: il loro) e di provare all’aeroporto. Claude cambia il suo biglietto con Alitalia ma noi non possiamo: il nostro è free.

Pomeriggio povero: Claude e Michele mangiano 2 dhosa, io non sto bene, compro un libro e due scatoline, due camicie; Michele un vestito, Claude un coltello.

Ore 17 cena: the con plum cake, toast con burro e sale: almeno questi non sono al curry.

Accompagniamo Claude all’aeroporto. Sono le 20. Andirivieni e confabulazioni con impiegati, tecnici, D. O. di Alitalia e Air India. Grasse risate: il biglietto free nbon partirà se non per ultimo, gli aerei sono in overbooking, 3 Jumbo sono a terra per avaria e alluvione. Tentiamo fino alle 23: Quando chiude il Check, restiamo fuori noi ma anche gente che aveva l’OK. Claude parte. Abbiamo 600 rupie. Torniamo al Central Court. Michele rompe il vetro di una bacheca, tanto è stanco e distratto.

Martedì 5 Settembre

Ci chiedono 50 rupie per il vetro e gliene diamo 25. Andiamo da Arni: non c’è, è festa musulmana. Andiamo da Seth: non c’è non si sa dov’è. Telefoniamo ad Arni: non risponde nessuno. L’Assistant Sales Manager: Mister Goshe ascolta la nostra storia disperata e ci manda da Mister Franklin dell’Air India. Franklin ci mette primi in waiting list e ci dice di tornare alle 15. Ci sentiamo barboni e mendicanti. Michele pesa 68 chili (oggi, 2020 ne peso 78) Andrée 48: (Bilancia dell’aeroporto ieri sera). Siamo accaldati: i miei capelli sono ricci e disfatti, mi sento sporca, la borsa delle macchine foto pesa 6 chili, la mia banana (borsa da vita) è unta e sporca e siamo depressi. Beviamo una Campa Cola al solito nostro baretto (un sudicio patio con un bancone di latta, tavolini e ventilatori al soffitto) guardiamo qualche negozio, mangiamo un’ala di pollo dimagrito “continental” (cioè con solo la metà del solito curry) e siamo all’Air India alle 15. E ci danno l’OK.

Non so ancora se crederci, anche perché sto scrivendo dall’aeroporto di Delhi e non da quello di Roma. Sono le 21. Partiremo? Però siamo sollevati. Andiamo al Forte Rosso, Michele compra un braccialetto. Facciamo un giro per la città vecchia: qui si vedono tutti insieme i suoi 4 milioni di abitanti. Sudici, pezzenti, per terra, sui balconi, nelle strade, nei negozi: si inciampa nei mendicanti, ti tirano per la manica, i negozianti ti rincorrono ( più nel centro, però), sputano, si pettinano, vendono semini vari, fiori , riso al curry. Andiamo via: prendiamo un risciò a bicicletta per 5 rupie (ce ne ha chieste 10). Il tizio fatica e suda come un matto. Nelle salite (lievi) tira a mano. Mi vergogno, mi fa rabbia. Caos di traffico, i mozzi delle ruote delle biciclette si incastrano tra di loro, i clacson delle auto su9onano a tutto spiano, nessuno si sposta, tutti sono in mezzo alla strada, passano col rosso, superano senza guardare, vanno nell’altro senso di marcia. In Jan path Claude acquista tre scatoline, prendiamo un plum cake col tè per cena e via all’aeroporto.